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Ben Safdie, Joshua Safdie

Good Time

7.5

La vitalità del cinema nasce spesso dalle sue contraddizioni: Good Time dei fratelli Ben e Joshua Safdie (autori culto nel cinema underground) è un coacervo di contraddizioni e quindi di vitalità che scaturisce da un modo di fare cinema che si potrebbe dire schizofrenico o più semplicemente bifronte. Racconta di due fratelli rapinatori, di cui uno con un ritardo mentale, che dopo una rapina andata male finiscono separati. Il tentativo di fuggire dalle istituzioni e di ricongiungersi seguirà strade imprevedibili e pericolose.

Un noir puro nella trama – scritta da Joshua Safdie con Ronald Bronstein – che è anche un toccante dramma familiare su sfondo di lotta di classe; ma soprattutto la dimostrazione di un talento difficilmente etichettabile. Perché Good Time è un racconto viscerale realizzato con innegabile tocco trendy in cui si mescolano idee di cinema quasi opposte: riprese crude e sporche riviste dall’estrema cura estetica della post-produzione, uno spirito rabbioso e aggressivo dentro un corpo cinematografico consapevole e calibrato, la violenza del cinema nero e della fotografia sgranata e il velluto di colori fluorescenti, le musiche martellanti (splendida colonna sonora di Oneohtrix Point Never) e i fluidi movimenti di macchina.

 Aperto e chiuso da due sequenze memorabili in cui i fratelli dimostrano una sensibilità quasi documentaristica impressionante (altra bella contraddizione in un film inscritto nell’immaginario hollywoodiano), Good Time mostra un uso dell’ironia molto intelligente, la capacità narrativa di sorprendere e digredire con gusto: è un film che si tende fino allo spasimo e che rischia l’impasse da un momento all’altro ma se ne sa tirare fuori con il vigore e il ritmo della regia e con l’amore inconsueto per i suoi personaggi. Refn che incontra Cassateves: l’unica etichetta possibile per Good Time è appunto schizofrenica.

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