HANNAH-Charlotte-Rampling-2017-1
Andrea Pallaoro

Hannah

5.5

Lunga vita a chi cerca nuove strade e toni originali per raccontare le storie al cinema, purchè le storie, alla fine vengano raccontate. La proiezione cinematografica sancisce un patto tra lo spettatore e il regista, per cui l’uno si appresta a donare attenzione alla rappresentazione che l’altro mette in scena di un accadimento che possa toccarlo. Il presupposto di questo ‘contratto’ è che allo spettatore vengano forniti sufficienti elementi per comprendere la storia e l’arte sta certo nel dosarli con sapienza, in modo che l’universo simbolico che il film costruisce non venga mai disvelato completamente; assunto ben diverso dal non fornire informazioni tout court, come invece avviene in Hannah di Andrea Pallaoro, in concorso a Venezia74. Quel che sappiamo del personaggio lo si apprende solo da lettura della sinossi, per il resto si tratta di seguire i movimenti di un’eccelsa Charlotte Rampling senza avere nozione di che cosa la muova e poter quindi intuire verso dove. Che poi si tratti di un momento dell’esistenza della protagonista particolarmente difficile appare chiaro anche senza mettere in piedi visivamente l’immagine della balena spiaggiata, prosciugata della sua potenza evocativa nell’essere avulsa dal resto della visione.

Recita la cartella stampa: “Hannah è il ritratto intimo di una donna che non riesce ad accettare la realtà che la circonda.  Rimasta sola, alle prese con le conseguenze dell’arresto del marito, Hannah inizia a sgretolarsi. Attraverso l’esplorazione del suo graduale crollo emotivo e psicologico, il film indaga il confine delicato tra l’identità del singolo, le relazioni umane e le pressioni sociali.” Peccato solo averlo scoperto dopo i 95 minuti di proiezione. Il processo di elisione necessario ad asciugare ogni sceneggiatura e lasciare degli spazi in cui lo spettatore possa trovare una propria identificazione sembra essersi abbattuto su un’idea iniziale molto interessante, finendo col bandire definitivamente la possibilità di accedere al mondo emotivo di Hannah che era proprio l’obiettivo del film. Non riusciamo a diventare partecipi della sua esistenza e non certo perché la Rampling non sia straordinariamente espressiva, ma perché mancano, accanto a lei, i fotogrammi di una qualsiasi scodella di minestra fumante, bara funebre o bambina che gioca a guidare la percezione dello spettatore, come insegna sagacemente Ėjzenštejn nelle sue lezioni di montaggio. Rimaniamo indifferenti anche a una svolta di sceneggiatura importante che arriva casuale come un’infiltrazione nel soffitto da riparare e permette ad Hannah di trovare una busta di cui ignoriamo, ovviamente, il contenuto, dal momento che ignoriamo anche il dilemma che dovrebbe risolvere. Che il suo disagio principale sia la solitudine esperita per la prima volta dopo decenni di matrimonio o il dubbio circa la colpevolezza del marito, infatti, non è dato saperlo. Il regista dichiara che non ha voluto introdurre una narrazione che avrebbe potuto distrarre dal mondo emotivo del personaggio, ma persino Hitchcock, il cui scopo era invece la creazione di suspense, era meno parco di informazioni con i suoi spettatori.

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