Secondo la celebre definizione di Cocteau, il cinema è la morte al lavoro e la settima arte sembra aver preso particolarmente sul serio questa definizione dedicandosi spesso a raccontare l’elaborazione del lutto. Uno degli esempi più commoventi e folgoranti è Heart of a Dog.

La regista (oltre che musicista, performer e scrittrice) Laurie Anderson ha messo in mostra in un video-diario impudico ma mai narcisista il suo rapporto decennale con la morte. Partendo dalla perdita della madre, fino a quella del marito Lou Reed; nel mezzo a fare da filtro la malattia e la morte della sua cagnetta, Lolabelle. Ma Heart of a Dog – nelle sale italiane solo per due giorni, il 13 e 14 settembre – è tutt’altro che un quaderno di dolore e sofferenze: è un caleidoscopio incentrato sul senso, il significato e il valore della morte. Una riflessione personale e universale che passa dall’estrema varietà stilistica dell’opera: una confessione dalla forma libera che rende libera anche la sostanza. E il diario diventa poesia, riflessione spirituale, saggio politico, arte contemporanea e dramma romantico.

Ma la forma di Heart of a Dog che più spiazza e commuove, che lo rende un vero e proprio colpo al petto, è quella d’istantanea del cuore della sua autrice: Anderson utilizza fino in fondo le potenzialità dell’espressione filmica, consapevole che il cinema può e forse deve essere molte cose anche contemporaneamente, assume su di sé ogni responsabilità e realizza un atto – più che un’opera – che mette in mostra ogni frazione del suo pensiero, della sua psiche, delle sue passioni, svelandosi con un coraggio assoluto, consapevole della sua fragilità e della sua instabilità. La morte in molti dei suoi risvolti diventa così un punto di partenza imprescindibile per ricominciare, per riflettere su di sé e cercare di acquistare nuova consapevolezza, per non dire nuova serenità. Anderson non si limita a ricordare, ma utilizza la memoria come primo passo verso un viaggio che è letteralmente dentro ognuno di noi: le nostre reazioni di fronte alla malattia, il modo in cui affrontiamo la morte, le differenti possibili elaborazioni del lutto, allargandosi alla morte come elemento culturale e politico. Ma soprattutto, è perfettamente consapevole che l’unico modo per rendere un viaggio simile davvero universale è renderlo estremamente personale, soprattutto nel rapporto con Lolabelle, con quel cuore di cane.

Guardare la regista mentre costringe la cagnolina a suonare una tastiera su un palco, oppure seguire i percorsi mentali in cui ipotizza trasmigrazioni di anime e spiriti può causare imbarazzo, ma immagine dopo immagine si capisce che il valore di Heart of a Dog è proprio nella sincerità vagabonda con cui la sua protagonista si impossessa di quell’imbarazzo, tramutandolo in emozione. Passando quindi dalla morte di Cocteau alla verità, che secondo Godard, il cinema affermerebbe per 24 volte al secondo.

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