Meno male che l’hanno intuito tutti che Hereditary – Le radici del male marcia a un altro livello. Non badate ai soliloqui giornalistici che hanno accompagnato l’uscita della pellicola – magari definendola L’Esorcista di questa generazione –, pensate piuttosto al silenzio religioso che ha accolto il film all’ultimo Sundance Film Festival prima del fragoroso applauso di un pubblico terrorizzato. Oppure pensate alla solerte decifrazione di tutti gli spunti dalla A-list del genere horror che hanno plasmato per bene la forma di questo sensazionale film di Ari Aster. Sensazionale in quanto suo debutto nella regia di un lungometraggio, dopo sceneggiature e corti. Sensazionale perché la sorellanza con classici come Rosemary’s baby o Carrie galleggia beata in superficie. Non domina l’alfabeto del genere horror secondo Ari Aster, ma lo rifonda con una freddezza che ci ricorda Stanley Kubrick e l’ovvio Shining. Siccome poi la fortuna è dalla nostra parte, ogni tanto ci capitano in sorte film meravigliosi e terrificanti come questo, alla maniera di come si erano comportati sullo schermo Babadook di Jennifer Kent (a Venezia 75 con un altro film del genere) oppure The Witch di Robert Eggers. Categoria di pensiero: l’horror come speculazione. Ossia un altro di quegli specchi incrinati in cui non dovremmo vedere altro che noi stessi. Per dirla con le parole di Stephen King (Dance Macabre), Hereditary è “una delle cose più interessanti che non ci sono capitate davvero, ma accadute in sogno”. Sempre che di sogno si tratti. Un indizio: se sentite strani schiocchi della lingua ci siete già dentro.

Un necrologio come prologo. Si va tutti al funerale della vecchia Ellen, madre di Annie Graham (Toni Collette), che ha messo a dura prova la vita della famiglia prima, durante e dopo la dipartita. Il suo corpo viene sottratto misteriosamente dal cimitero, nel frattempo iniziano strani avvenimenti nella bella casa in mezzo al bosco dei Graham. La figlia Charlie (Milly Shapiro) ha sicuramente qualcosa che non va. L’altro figlio, Peter (Alex Wolff), è il classico adolescente con ormoni in transito e di sicuro ignora gli orrori indicibili che gli capiteranno. Con i diorami che costruisce, Annie ci fa perdere la bussola tanto sono indistinguibili dagli interni del film. E infine, quasi un lassativo emozionale, c’è il di lei marito Steve che fa lo psichiatra (Gabriel Byrne). In un vortice crescente di disgrazie ed eventi inspiegabili, il destino dei Graham è però ormai segnato. Inutile entrare nel dettaglio: l’angoscia la si vive, non la si racconta.

E con oltre due ore di angoscia a disposizione, Ari Aster tratta l’horror soprannaturale come il testo sacro. Salmodiarlo è cosa buona e giusta. C’è rispetto, devozione ma pure qualcosa di inafferrabile. È dai tempi dei sunnominati classici che in un film non si avverte il senso soffocante del malsano e del male incombente. I Graham saranno anche una famiglia disfunzionale ma l’invito a soccombere in conseguenza di ciò pare rivolto a chiunque. Nessuna esclusività, nonostante l’ereditarietà del titolo. Solo alla fine si capisce quanto l’orrore sia stato accuratamente fabbricato, oltre che evocato. Da fuori lo schermo Hereditary appare la più piccola delle matrioske: prima di essa, forse addirittura prima dell’orrore sacrilego e scioccante cui siamo costretti ad assistere, ad Ari Aster interessa far sgorgare un astio e una rabbia repressa che destabilizza il lutto, la perdita, e la sua naturale elaborazione. Un’elaborazione che avviene in circostanze impensabili (e vai di nuovo con il diorama, Annie), ma quando procede nella più convenzionale delle opzioni in un film spiritico, innesca in un crescendo voluttuoso tutto il pandemonio riservato alla donna e al resto della famiglia. Gli ultimi venti minuti tengono sul serio incollati allo schermo in un mix di sbigottimento e tentativo di non perdere un grammo di comprensione dell’orrore. Centellina il buon Aster, sparge inquietudini a ventaglio ma intanto riflette, obbliga a porsi domande che talvolta si incastrano all’esigenza fisiologica di sobbalzare sulla poltrona. La paura è autentico fenomeno gnoseologico. Finalmente. La grande bellezza di Hereditary – Le radici del male, che potrebbe trasformarsi nel Get Out di questa stagione, consiste nell’assolvere ogni peccato nel deliquio in cui ci catapulta, e dal quale non esiste ritorno. Finisce e basta. In tale fustigazione esistenziale senza possibilità di appello, una sola assoluta e indiscutibile garanzia: Toni Collette e la sua bravura stratosferica. Anche lei è oltre. Senza di lei il film sarebbe niente. E che la peste colga i membri dell’Academy se oseranno ignorarla…

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