Era il 1988 quando Julian Temple, il regista più punk di tutti i tempi, girava un film di fantascienza come Le ragazze della terra sono facili mostrando come il legame tra la musica dell’anarchia e delle spille da balia, il cinema e la science-fiction fosse possibile e capace di creare un piccolo culto camp. È ancora più esplicito questo legame con How to Talk to Girls at Parties, il nuovo film di John Cameron Mitchell, altro regista trasgressivo, eccentrico e musicale.

 E che proprio a quel film di 30 anni fa in qualche si ispira, rovesciandolo: racconta di un ragazzo che nei bassifondi inglesi del ’77 in cui cerca la rivoluzione e la libertà si imbatte in una ragazza bellissima, un’aliena che fa parte di una colonia che vuole inseminare la Terra per eliminare gli umani. L’amore e la musica dei Dischords la condurranno a emanciparsi, ma i suoi simili non concordano: un’avventura sghemba e molto sui generis – tratta da Mitchell e Philippa Goslett da un racconto di Neil Gaiman – in cui la somma tra period drama e fantascienza dà vita a una curiosa love story giovanile che è però anche una perfetta allegoria dell’Inghilterra del periodo (il giubileo d’argento della regina) e della sua musica.

 Il film infatti raccoglie i simboli di una cultura dalla vita brevissima ma dal lascito ancora vivo e ne tappezza il percorso narrativo in cui raccontare i fermenti sociali e politici, le derive, la vita culturale talmente impossibile da definire da trasformarsi sempre in altro (nel kraut-rock per esempio, e il film lo mostra) e Mitchell utilizza l’iconografia dei suoi alieni, le sue cosmogonie e mitologie per raccontare cos’era il punk e cos’erano l’arte, la musica e la creazione in quegli anni esplosivi e imprevedibili, capaci – come gli alieni – di auto-divorarsi ma anche di far moltiplicare per decenni i propri figli delle stelle.

 How to Talk to Girls at Parties è un purissimo atto d’amore che ruota tutto intorno all’amore per ciò che si è, ciò che si fa e con chi lo si fa e Mitchell, perfettamente a suo agio a 7 anni di distanza dall’opposto Rabbit Hole, sceglie la giusta via di un film energico, fluido, veloce, divertente come quel punk, instabile più che cattivo: proprio come le figure di quegli anni che un ottimo cast fa rivivere in modo più o meno diretto. E che trova due figure di regine strepitose: Elle Fanning, ormai dea delle metamorfosi avant-pop dopo The Neon Demon, e Nicole Kidman, sugli scudi come regina dei celti in chiave post-punk. Un film forse per appassionati che rischia molto d’incartarsi verso il finale: ma noi siamo appassionati, e su questi difetti passiamo sopra tranquillamente.

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