Vi imbarchereste per una crociera in luna di miele su una nave militare decrepita?
Seguite il nostro consiglio e rispondete di no, se non volete andare incontro a un destino quantomeno insolito, come accade ai personaggi dell’ultimo film di Kim Ki-Duk. Il regista coreano torna alla Berlinale, da cui nel 2004 era decollato nel circuito dei maggiori festival internazionali grazie all’Orso d’Argento per La Samaritana, in un clima del tutto diverso. E’ un’accoglienza tiepida quella che il Festival gli riserva e non è una questione di meteo: l’accusa di aggressione sul set ai danni di un’attrice ha completamente surclassato la riflessione sul valore artistico del film che, invece, è altissimo.Visionario e narrativamente anticonformista, potrebbe essere definito una fiaba, come si addice ai “racconti di avventure in cui domina il meraviglioso”, sicuramente a tinte forti. La crociera, infatti, si trasforma rapidamente in un incubo, e dei peggiori, dove ogni via di fuga è preclusa ai personaggi e a restringersi non è solo lo spazio che li circonda, ma anche il tempo a loro disposizione.

Nella degenerazione più completa sembra che tutta la nave rimanga in equilibrio perché esiste al suo interno una zona franca, creata da un saggio che lavora a un diverso livello di comprensione, in totale accordo con le leggi della natura. Non è un eroe, attenzione, nel film non troverete un solo punto di appoggio per quanto possiate cercare e nessuno arriva a fermare la legge del più forte. Il saggio fa spazio al tempo, indipendentemente da chi lo abiterà, affinché tutto possa proseguire, proprio come in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Attraversare il primo episodio, Human, attraversare il senso stesso dell’umanità per sondarne i confini è possibile solo senza rifuggirne alcun aspetto, in un movimento di estrema accettazione che il regista coreano chiede agli spettatori non meno che ai suoi personaggi. Fermarsi alla violenza per definire la pellicola significa rifiutare di seguire il percorso allestito dal regista per vedere come la crudeltà sia piuttosto quella crudezza che ha la stessa etimologia di carena, la parte sommersa della nave che qui viene portata allo scoperto, e non solo metaforicamente.

E se Kim Ki-Duk ha dichiarato più volte di aver iniziato a far film per smettere di odiare l’umanità, l’umanità su questa angusta nave sembra essersi radunata al completo. Non esistono buoni o cattivi, solo caratteri multidimensionali delineati con pochi sicuri tratti, pieni di carne e sangue con pulsioni piú consistenti dei sentimenti. E’ un’arca di Noè che ha cambiato la rotta, quella che vediamo planare sullo schermo, anche se il budget ha consentito al regista di dotare lo script di sole due galline. Kim Ki-Duk conferma la straordinaria capacitá di trovare un equilibrio in storie che percorrono i cammini piú accidentati, dove la fedeltà ai valori della tradizione, con la lentezza e la quiete dei suoi gesti, rimane la piú coriacea forma di resistenza alla decomposizione della società contemporanea.

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