Reynolds Woodcock è un abile sarto che veste l’aristocrazia della Londra degli anni Cinquanta. I suoi abiti sono vere e proprie opere d’arte: dalla carta, su cui appaiono come piccoli quadri realizzati nel più totale isolamento creativo, passano poi a prendere forma su stoffe pregiate, selezionate accuratamente per dare, almeno per un istante, un significato profondo a corpi che altrimenti si perderebbero tra gli altri, senza mai essere notati. C’è una passione indicibile nel modo in cui Woodcock maneggia le sue creazioni: le sfiora con la massima delicatezza, osserva come le sue numerose collaboratrici le modificano, e gli basta un solo sguardo per cogliere l’errore che metterebbe a rischio la manifattura della perfezione. Poi lascia la sua firma, unica per ogni capo: un messaggio cucito là dove non sarà mai trovato, parole che hanno molto di simbolico e che rimarranno per sempre impresse nell’anima dei suoi vestiti.

È questo Il filo nascosto su cui Woodcock intesse la sua arte, ed è lo stesso sul quale Paul Thomas Anderson si mantiene in perfetto equilibrio per raccontare il suo protagonista, eccentrico e poetico, posato e al contempo vittima delle proprie emozioni. Si tratta di un uomo circondato da donne ma fondamentalmente solo, in apparenza incapace di amare o di esprimere qualunque sentimento che non sia una piccata ritrosia verso l’inettitudine dell’essere umano, sempre incline al cedimento, che si tratti di voler manifestare la propria volontà o di voler provare nuove mode, per lui sinonimo di artificiosa banalità. È ossessivamente abitudinario e le compagne che sceglie di mettersi accanto non sono donne, ma corpi sui quali disegnare e cucire che smettono di essere tali quando rinunciano al silenzio e alla sottomissione. Anderson lo lascia fare liberamente, lo segue con occhio benevolo e sottolinea i suoi innumerevoli capricci con una colonna sonora tutta orchestrale, firmata da Jonny Greenwood, che riesce a imprimere una certa leggerezza al compulsivo ermetismo di Woodcock.

L’atmosfera cambia quando nella simbiosi del protagonista con la sorella Cyril si inserisce Alma, cameriera alta e dalle spalle larghe che si trasforma nella musa da sempre agognata, salvo poi rivelarsi poco incline alla routine della quiete e dell’annullamento personale. La giovane donna mostra con forza tutta la sua personalità: Anderson concede molto spazio al suo punto di vista, trasformando la narrazione nella fotografia di una lotta che inizia ad armi impari per concludersi nella celebrazione di una drammatica ma del tutto ironica uguaglianza. Alma è, a tutti gli effetti, l’anima che Woodcock sembrava aver perso, è il contraltare che gli concede il lusso di sentirsi ancora umano e di abbandonarsi all’altro senza riserve. Nel loro rapporto c’è la potenza di una scrittura che si muove con abilità su molteplici registri, dal melò al giallo passando dalla pace all’aggressività incontrollata, ma anche l’espressione di una regia che conferma la capacità di Anderson di raccontare ciò che è fuori dall’ordinario in modo non ordinario. In una parentesi che dura 130 minuti ma che sembra volare via in un soffio, il regista avvalora le proprie peculiarità e offre a Daniel Day-Lewis un’uscita di scena degna del suo valore che non sarà dimenticata.

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