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Baz Luhrmann

Il grande Gatsby

Warner Bros
7

Toccare un grande classico della letteratura può scottare chiunque, ma anche essere molto salutare. Il grande Gatsby di Baz Luhrmann appartiene alla seconda categoria, a dispetto delle critiche piovutegli dal festival di Cannes che ha aperto. Perché anziché focalizzarsi sullo sterile dilemma tra  fedeltà e tradimento a fine narrativo, il regista di Moulin Rouge usa Fitzgerald come soggetto di un suo film personale traendone fuori un’operazione di triplice valore. Un’operazione filmica che rilegge con mezzi e sensibilità contemporanei (per esempio un 3D molto raffinato) la tecnica cinematografica degli anni 20 e 30 – in cui è ambientato il racconto – che in quel momento fremeva di sperimentazioni pre-sonoro; un’operazione estetica che riscrive, attraverso l’arte del periodo (liberty, art decò e affini), un mondo prima della crisi che si compiaceva del suo lussuoso squallore e che la colonna sonora di Craig Armstrong riporta ai nostri giorni, altrettanto decadenti (brani contemporanei resi d’epoca e interpretati da The XX, Lana Del Rey, Florence & the Machine); un’operazione culturale che, in modo coraggioso e pericoloso, cerca di ridefinire lo status del libro portandolo a una dimensione di mystery dal cuore melodrammatico e dalle venature gotiche, che possa giocare con le atmosfere e la confezione in modo più onesto. Perché da un film di Luhrmann non ci si può aspettare altro che una colorata e sottilmente ambigua sarabanda. È il dipinto di un’epoca, non dei suoi personaggi, è un film sul decadentismo che racconta la morte di un mondo, come il romanzo, ma che al contrario di quello non si vergogna del climax, del finale catartico. Forse il problema sta in un eccesso di confezione, di testa, ma sarebbe chiedere a Luhrmann di essere ciò che non è e non sarebbe giusto. Come non lo è dimenticare il Gatsby fragile e umanissimo di Di Caprio, l’inadeguatezza del perfetto narratore di Tobey Maguire, la nascosta tenerezza di Joel Edgerton.

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