Indubbiamente l’unica salvezza di un film che pare non dare scampo a nessuno dei suoi personaggi è proprio lui, Colin Farrell. Guardarlo seduto a un tavolo con il sedicenne Martin o in un luogo al riparo da occhi indiscreti a dare forma a un prologo premonitore di ciò cui assisteremo poi in Il sacrificio del cervo sacro è una formidabile esperienza dei sensi. C’è qualcosa trattenuto dentro che l’attore rende indecifrabile. Un’irruzione sconsiderata delle emozioni sullo schermo ne avrebbe pregiudicato l’impalpabile verità. E cioè che la vita è una tragedia.

Certo, il greco Yorgos Lanthimos del suo film nega qualsiasi affiliazione a versione moderna della tragedia greca. Però è così facile scomodare Euripide e l’Ifigenia in Aulide al cospetto della qui presente parola sacrificio; è quasi consolatorio credere che l’ira funesta degli dèi possa essere scongiurata. Anche quando uno si domanda quale dio sia stato offeso e viene in mente che ognuno ha il proprio dio: un padre morto su un tavolo operatorio e della cui esistenza viene riesumata paradossalmente la stravagante umanità, val bene il concetto.

Tanto indistinto è Colin Farrell, tanto implacabile è il sedicenne interpretato con sadica semplicità da Barry Keoghan. Il primo è un cardiologo di successo, Steven, sposato con l’oftalmologa Anna e con due figli adolescenti. L’uomo s’incontra spesso con il ragazzo. Poi, un giorno, lo presenta alla famiglia. Martin si avvicina alla figlia Kim. Qualche tempo più tardi il figlio minore Bob perde l’uso delle gambe e rifiuta di nutrirsi. Non c’è spiegazione medica che torni. Anche Kim precipita nello stesso calvario. È Martin a spiegare: il cardiologo, colpevole di avergli ammazzato il padre durante un intervento chirurgico, dovrà sacrificare uno dei figli. Se non espierà così la sua colpa, morirà tutta la famiglia.

Costruito con angoscia strisciante, forse non così tragico come potrebbe sembrare, Il sacrificio del cervo sacro va ad aggiungersi al cinema on the edge di Lanthimos. Un cinema sul baratro della provocazione e innestato su estremi che egli preleva dalla vita e dalla società per poi districarli sullo schermo ad alterne fortune (The Lobster è finora il suo miglior lavoro). Una volta però che ci sei dentro, è difficile voltargli le spalle. Tutto deve essere assaporato, anche la colpa di Steven, prima della rituale decifrazione. Ogni input enigmatico il regista lo rende faccenda ordinaria: i comportamenti domestici di Colin Farrell con la moglie, l’insopportabile conoscenza della figlia con Martin. Nelle sue ambiguità il film è perfetto. Ma troppa freddezza e geometria visiva possono guastare.

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