locandina
Andy Muschietti

It

7.5

E alla fine arrivò It. L’abbiamo sognato, temuto a lungo. Ci ha indottrinato a meraviglia grazie ai promo nella migliore delle strategie di marketing nell’era di Internet. Nell’attesa, il conforto è arrivato dove meno te lo aspetti: in televisione con Stranger Things. Un conforto allietato dal piacere perverso di ritrovare gli anni 80 del grande cinema horror (e non solo) e ammirare un gruppetto di perdenti, non troppo perdenti, ma neanche troppo dissimili fisicamente dai ragazzini di Derry nella versione cinematografica di Andy Muschietti. Quello che doveva essere l’anno magico per Stephen King, al cinema e in televisione, in realtà s’è palesato come un’anticamera forzata prima di scoprire Muschietti al lavoro sul monumento letterario dello scrittore. Un monumento che Tiziano Sclavi, con stringata genialità, ha definito “la Divina Commedia dell’orrore”. L’anno magico di Stephen King ha invece prodotto un The Mist da buttare nella pattumiera e un The Dark Tower da dimenticare. Pertanto il nuovo It ha un valore intrinsecamente più alto. Parte alla grande, e non deteriorato da troppa ansia, proprio grazie alla lezione di marketing di cui sopra. Un film che si lascia indovinare, prima ancora che gustare. Insomma: il nuovo It vale come la collezione completa di tutti i rimpianti su grande/piccolo schermo kinghiani trangugiati nell’ultimo ventennio. All’incirca dalla miniserie Tv di Tommy Lee Wallace che tentò di mimare per ABC il capolavoro dello Zio, restando in bilico nella memoria soltanto grazie al clown di Tim Curry.

Perché è lì poi che va a finire tutto il brodo cinefilo-letterario: il Clown. Mefitica creatura che negli anni 80 del brivido se ne stava accucciata sotto il letto del fratellino di Carol-Anne in Poltergeist (1982) di Tobe Hooper. E gli anni 80 sono diventati il riferimento temporale sovrano anche nel film di Muschietti. Le ragioni sono comprensibili: se il romanzo trattava i piaceri pop di King custoditi o memorizzati negli anni 50, un giovane filmmaker come Muschietti, concedendosi licenza che potrebbe irritare i fedelissimi, ha al contrario spostato il pandemonio horror nell’estate del 1989 aggiornando Derry di paure e insidie giovanili (che restano immutate anche oggi) e mettendo in mostra con plateale soddisfazione i “nostri” miti di allora: non ultimo Freddy Krueger che campeggia dalla locandina di Nightmare 5 – Il mito.

Quindi, c’è il Clown da sagra horror per i patiti della paura. Ma questa volta col volto di uno che si conosce appena, Bill Skarsgård. Non come Curry che di tinta bianca in faccia ci ha già mostrato l’efficacia in The Rocky Horror Picture Show. Il Clown da sagra horror, in It 2017, è appunto indefinito, tutto da reinventare per raggiungere lo scopo che l’altro Clown, quello televisivo, non era stato in grado di fare quasi per pudore. Su questo punto Skarsgård non scherza: vuole fare paura e fa paura. È il suo mestiere, nel libro e nel film. Deve divorarli sul serio i perdenti, non giocarci come il gatto col topo. La personificazione del Male come training attoriale, in altre parole. L’inventiva di Muschietti con la materia horror inoltre è sempre andata a caccia di rendiconti. Lui è uno che accontenta i visionari (Guillermo del Toro produttore del suo La madre), i nostalgici del tempo che fu e gli amanti dei riferimenti colti che oggi invece si definiscono Easter Eggs. Il film dell’orrore di Muschietti è così regolare, dritto come un’autostrada, da funzionare da solo. Potrebbe non servire un volume 2 (ma guai a voi executive di Hollywood se ci darete retta).

It, così come è strutturato, cioè come un tradizionale horror anni 80 che prevede conflitto finale, e nonostante le solenni promesse dei perdenti, è opera perfettamente autonoma e autogestita. Questo perché il prodigio vero – chissà quanto dovuto a perorazione cultuale e nostalgica di classici come I Goonies e soprattutto Stand by Me – sta nella parte buona di Derry: i ragazzini che vivono un romanzo di formazione macabro e crudele, senza più confini netti tra incubo e realtà, rischiando la pelle per diventare gli adulti che ancora non abbiamo conosciuto, ma di cui sappiamo tutto. Muschietti non si permette restrizioni, prende il pacchetto completo: dal donchisciottesco correre in aiuto della fanciulla al baciare la fanciulla. Con in mezzo sfumature di grigio per colorare le insicurezze, la necessità di defilarsi, l’immaturità dei giovani protagonisti. Lo aiuta nell’impresa una formidabile banda di attori: Finn Wolfhard (il Mike di Stranger Things) e le sue imprecazioni, l’acerba bellezza di Sophia Lillis, Jaeden Lieberher, romantico idealista. It di Andy Muschietti è dunque il più fortunato esemplare cinematografico dalle cose strane e tremende partorite dallo Zio che potreste vedere sul grande schermo per un bel pezzo. Scampato a Cary Fukunaga, in origine sceneggiatore e regista designato del film. Scampato alla tentazione di restare troppo attaccato alla memoria monstre del romanzo.

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