Il volto in primo piano è quello che tutti conosciamo. Quello di un’icona del ventesimo secolo, una first lady che ha lasciato un segno indelebile tra le pagine della Storia. Ma è anche l’immagine di una donna sofferente, in bilico tra esistenza e apparenza, modellata per appagare i morbosi rituali dell’opinione pubblica e della politica. La Jackie di Pablo Larraín è quanto di più lontano si possa immaginare dalla mitopoiesi che da sempre accompagna il racconto della storia personale e politica del presidente John F. Kennedy. I dissonanti accordi minori di Mica Levi in apertura ne sono la dimostrazione: dietro il racconto di un assassinio che ha i contorni sfocati del mito, c’è una storia che non ci è dato conoscere.

Un vissuto personale doloroso e difficile, quello di Jacqueline Kennedy, first lady, moglie, madre, donna. Larraín “le sta addosso”, con una prossimità quasi disturbante e funzionale a un processo di ricerca emotiva e psicologica dagli esiti incerti. Non c’è testimonianza o resoconto che possa rendere l’intensità dello choc subito da Jackie nei giorni successivi alla morte del marito. Si può solo ipotizzare, indagare, ed è ciò che la sceneggiatura di Noah Oppenheim si pone l’obiettivo di fare. A distanza di 7 giorni dall’assassinio del 35° presidente degli Stati Uniti, Jackie incontra un giornalista, l’inviato di Life Theodore White. La loro chiacchierata, cardine tematico ed emozionale del film, contribuirà alla consacrazione di JFK nell’immaginario americano e internazionale.

Jackie racconta di sé, della sua famiglia, della presidenza: le sue parole, misurate e potenti, ben si accostano alle immagini del tour della Casa Bianca girato e trasmesso in tv nel 1961. I suoi gesti, ora come allora, mostrano la necessità di consolidare una storia nella Storia, ma ciò significa portare sulle proprie spalle un peso quasi insopportabile, in grado di soffocare un’identità già molteplice e controversa. Il bianco e nero delle immagini “di repertorio” si mescola a quello della vedovanza, vissuta come un impegno morale destinato a consacrare il sogno di Camelot, canzone mantra simbolo di tempi felici e irripetibili. Jackie si trasforma continuamente, i suoi mille volti si riflettono sulle numerose superfici vetrate che Larraín dissemina ovunque. La ricostruzione di sé diventa, quindi, una sorta di ricomposizione, un tentativo faticoso e meticoloso di unificare le tante maschere in un’unica e consolidata sembianza, quella che probabilmente non è la più rappresentativa, ma è capace di veicolare un messaggio ideale, talmente sublimato da apparire come reale.

La retorica, allontanata con forza da una scrittura e una regia che vogliono invece portare in luce la contraddizione, è una materia malleabile lasciata nelle mani di chi osserva da vicino la vicenda. Un pubblico morboso che è tanto quello in sala, quanto quello delle istituzioni che con freddezza si sono avvicinate a Jackie nella sua transizione da first lady a vedova eccellente. Un percorso di emancipazione che ha un amaro sapore liberatorio per una donna che, suo malgrado, forse ha finalmente la possibilità di vivere la propria vita ma che non sa come farlo. Quello di Larraín è un mosaico di grande portata visiva, un ritratto che cambia fisionomia a seconda della distanza o della prossimità con cui lo si osserva. Un invito elegante e raffinato in direzione di un intimismo che può destabilizzare, ma mai lasciare indifferenti.

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