Sion Sono, tra i registi giapponesi che hanno varcato il confine e sono divenuti pane per i festival, è sicuramente tra i più amati e idolatrati, sebbene non abbia sempre qualcosa di forte da proporre. Il suo nuovo film, Jigoku de naze warui (che d’ora in poi chiameremo con il suo titolo internazionale, Why Don’t You Play in Hell?), però conferma che a fronte di idee non sempre folgoranti il suo talento può contare sullo stile e sull’estro.

La storia di un gruppo di ragazzini appassionati di cinema e cineamatori si scontra con quella di una faida decennale tra due gang di yakuza e arriva al culmine quando la figlia di un boss scappa dal set in cui stava per diventare un’attrice affermata. La trama, scritta dallo stesso Sono, è piuttosto articolata per quello che è contemporaneamente un film di gangster, una parodia di Quentin Tarantino e una riflessione sul fare cinema e i cambiamenti radicali del linguaggio audio-visivo.

È un film di addii, Why Don’t You Play In Hell?, a un certo modo di fare cinema innanzitutto e alla pellicola, supporto materiale che veicolava veri sogni a differenza – secondo Sono – dell’immateriale video e digitale: sale che chiudono, attrezzature che cambiano, ma anche il sistema industriale e divistico vira verso lidi che i personaggi non sentono più i loro; e questi addii passano attraverso ultimi baci, ultimi combattimenti, ultime feste. Il discorso però serve solo a dare una patina, uno sfondo al film, perché Why Don’t You Play In Hell? in realtà dona l’impressione di non avere troppo da dire, se non una generale disillusione, lasciando il dubbio se il suo stile – vicino a un Kitano esagitato nei toni e nel linguaggio – sia decostruito o confuso.

A Sono manca la compattezza, l’inventiva, lo sfolgorio dell’ultima mezz’ora in cui l’esuberanza della regia sembra trovare adeguato sfogo diventando un guerrilla movie delirante, spiazzante, sorprendente, inesausto. Favoloso. Tanto da far perdonare le incertezze precedenti.

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