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Arnaud Desplechin

Jimmy P.

6.5

Un film statunitense non si nega a nessuno, specie se sei bravo, specie se la critica europea o asiatica ti esalta. Non lo hanno negato nemmeno ad Arnaud Desplechin, regista francese tra i più intelligenti in circolazione, che prende il suo attore feticcio Mathieu Amalric e lo conduce assieme a Benicio Del Toro in un viaggio psicoanalitico sulle tracce dell’opera di Georges Deveraux, padre dell’etno-psichiatria.

Deveraux è un antropologo chiamato da un ospedale psichiatrico che deve scoprire qual è il problema di un nativo americano reduce della Seconda Guerra Mondiale: i sogni dell’uomo e il rapporto personale con il terapeuta, esule dalla patria ungherese, segneranno il percorso di guarigione e forse rinascita. Tratto da Psychotherapy Of A Plains Indian, Jimmy P è un dramma ovviamente psicologico, scritto da Desplechin con Kent Jones e Julie Peyr, che segue una sorta di investigazione mentale fatta di dialoghi e scavi mentali.

Presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes, il film è all’apparenza un esercizio di stile per attori, in cui il talento del regista nella direzione degli interpreti può riversarsi nelle forme del film medio, facilmente esportabile sul piccolo schermo; eppure il francese riesce a raccontare non solo la storia di un rapporto paziente/medico che diventa un rapporto di fiducia e amicizia, ma anche la diaspora etnica e culturale che diversi popoli, se non per metonimia il mondo intero, hanno subito a causa della guerra. Il Piede nero, combattente per chi lo ha sterminato, e l’ebreo fuggito da casa e dalle tendenze naziste prima in Francia e poi negli USA.

Un confronto senza ruoli comodi che Desplechin combina tra investigazione analitica e piani onirici, finezza di dettagli psicologici e ovviamente un passo a due di talento interpretativo a cui il regista, al contrario dei suoi film migliori (Racconto di Natale, soprattutto), non riesce a tenere testa. Occasione sfruttata a metà, la prima del film per la precisione, prima che il gioco si arrotoli un po’ su se stesso approdando a una risoluzione un po’ semplicistica; eppure, anche se in tono minore, l’occasione per scoprire la bravura di un regista che pure avendo a che fare con “l’industria”, non perde coerenza e controllo.

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