La spada magica è il modo “infantile” che la distribuzione ha adottato per tradurre le due corde (two strings) del titolo originale. Il riferimento è allo strumento musicale che rappresenta il potere più importante di Kubo, ovvero quello dell’immaginazione e della creatività. Un elemento chiave per comprendere fino in fondo la bellezza e il senso del film che Travis Knight ha diretto per Laika, la società di animazione di Coraline e La sposa cadavere.

Kubo è un piccolo cantastorie che vive con una madre malata dopo avergli salvato la vita da suo padre e dalle sorelle, contrarie al matrimonio con Hanzo. Ma questi nemici vivono sotto forma di spiriti notturni che danno la caccia al ragazzo: per salvarsi dovrà fuggire e cercare tre elementi magici che gli permetteranno di affrontare il Re Luna e le terribili figlie. Marc Haimes, Chris Butler e Shannon Tindle scrivono una grande avventura che Knight anima con il solito sontuoso passo uno (o stop-motion: nei titoli di coda c’è come al solito un folgorante making of) rileggendo la tradizione orientale mescolando la narrativa e l’iconografia giapponesi (anche Kurosawa, ma non solo, si va indietro ai tempi pre-cinematografici) con il cinema di spiriti cinese come Ching Siu-Tung o King Hu.

Kubo è la spada magica si appropria attraverso queste ispirazioni e suggestioni di una tradizione e pur rispettandola sa rileggerla per declinare il classico romanzo di formazione – dai toni anche più duri del solito e insolitamente drammatici per un cartoon hollywoodiano – in una chiave poetica e linguistica originale e affascinante: al centro di questo film di spiriti e reincarnazioni, sta l’idea che la creazione artistica sia la forma più sublime di elaborazione del lutto, che la narrazione, la composizione musicale, la rappresentazione teatrale e il gesto artigianale – e di conseguenza anche il cinema – siano le chiavi di accesso alla comprensione della vita e allo stesso tempo il più puro esorcismo alla paura della morte. E tutto il film infatti si basa sul rapporto tra racconto e finale (il limite di Kubo come cantastorie è quello di non riuscire – o volere – mai finire le storie che crea), tra la costruzione di un mondo e la sua conclusione, tra il saper vivere e il saper morire o veder morire i propri cari.

Questo nodo allo stesso tempo teorico e straziante impreziosisce un film fatto di grandi invenzioni narrative e visive (la foresta di occhi in fondo al mare, l’assalto alla nave) che sceglie di adottare di adottare tempi più ampli e ritmi meno frenetici per far godere allo spettatore la bellezza delle sue immagini, la sapienza artigianale e tecnologica della sua messinscena, la dolcezza e il peso delle sue parole e dei suoi personaggi. Per poter apprezzare a fondo la bellezza della creazione, del percorso che forse è più importante del risultato a cui porta, del finale della storia.

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