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Jonathan Dayton, Valerie Faris

La battaglia dei sessi

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È interessante il modo sottile, quasi “subdolo”, con cui La battaglia dei sessi racconta un personaggio per poi immedesimarsi dal punto di vista stilistico e narrativo con il suo antagonista. Jonathan Dayton e Valerie Faris (Little Miss Sunshine) portano così al massimo grado la furbizia e in un certo senso l’ipocrisia del loro cinema.

I registi raccontano la storia vera di Billy Jean King, la tennista più forte dei primi anni ’70 impegnata nella battaglia per veder riconosciute alle tenniste lo stesso trattamento economico degli uomini. Ne vuole approfittare Bobby Riggs, ex-tennista e accanito scommettitore che organizza una battaglia tra sessi per tornare alla fama e dimostrare la superiorità maschile. Scritto da Simon Beaufoy, La battaglia dei sessi è un biopic e un dramma sui diritti civili che finisce come un film sportivo ma che in questo amalgama mostra i suoi limiti ideologici.

Tutto il film è raccontato dalla parte di Billy Jean, perché è il suo il lato giusto in cui stare: tennista di talento che lotta per la parità dei diritti tanto da rinunciare al suo posto al sole nella federazione americana per creare una federazione femminile, donna che deve sopprimere la propria omosessualità, donna forte in un mondo abituato alle donne remissive. E quindi tutta la prima parte è classico tv movie impegnato, con personaggi buoni che si scontrano con “cattivi” tagliati con l’accetta, frasi fatte, ideali sbandierati e musica motivazionale per convincere lo spettatore delle buone intenzioni. Ma dopo un’ora e mezza, è il personaggio di Riggs a prendere il sopravvento: il buffone, il “maiale sciovinista”, il genio del marketing che sfrutta le istanze civili a uso e consumo dello spettacolo capitalista, della macchina da soldi.

E il film si uniforma a questa macchietta: dopo aver sbertucciato il meccanismo hollywoodiano dietro lo sport, dopo aver innalzato il valore del gesto atletico e della ragione politica oltre l’importanza del denaro, Dayton e Faris riducono tutto allo spettacolo, al melodramma sportivo e sentimentale, allo show. I diritti civili così sembrano, come per Riggs, l’alibi su cui costruire un comune film di sport, in cui il successo finale e la sua messinscena sono l’unica cosa che conta: funziona a livello emotivo, l’ingranaggio non perde un colpo e la partita – senza mirabilie tecniche ma ricorrendo alla fissità dell’immagine tv – avvince, gli attori (Emma Stone e Steve Carell in primis) sono encomiabili. E se le battaglie con cui dobbiamo fare i conti ancora oggi sembrano un pretesto, pazienza, le combatterà qualcun altro.

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