C’è Fellini certo, a metà strada tra La dolce vita e Roma. Ma non è un caso se La grande bellezza, sesto film di Paolo Sorrentino, sia stato accolto a Cannes – dov’è l’unico italiano in concorso – con tepore dagli italiani ed entusiasmo dagli stranieri. Capire e rielaborare il passato in Italia non è un segnale di consapevolezza nella creazione, ma un atto di presunzione o di conformismo. Questo film però riesce a rielaborare un immaginario e a incastonarlo nella contemporaneità.

Al centro c’è Jep Gambardella, scrittore riciclato in eroe della mondanità romana che attraversa la città e il declinante jet set capitolino cercando di ritrovare in sé il guizzo, l’amore per qualcosa, la bellezza che dà il titolo al film, scritto da Sorrentino assieme a Umberto Contarello. Una commedia drammatica che cresce attimo dopo attimo come un affresco, ma anche come una tragedia sorniona sui danni che il cinismo intellettuale ha fatto alle nostre menti.

Sorrentino racconta una civiltà che a furia di dare del tu alla bellezza senza mai vederla, capirla, per usarla e approfittarne l’ha sporcata nel profondo, rendendola invisibile, coprendola col sospetto dell’orrore che i personaggi incarnano e in cui, consapevoli, sguazzano; e questa bellezza non passa solo da un’estetica di ricalibrare, ma soprattutto da un’etica che sopravvive a stento e che ha bisogno di persone, sentimenti, realtà. La vera tragedia del film non è la perdita del sé, delle identità della via Veneto di Fellini, ma l’esondazione del sé che impedisce di avere a che fare con la realtà, da cui ogni personaggio scappa, preferendo rifugiarsi nel sogno, nel mondo proprio che non dialoga, monologa in cerca di applausi.

Sorrentino questo mondo lo conosce e non lo giudica, piuttosto lo guarda con ironia, divertito e scioccato, alla ricerca di un barlume anche spirituale che Roma, seppur piena di suore, si è stancata di dare. La lotta del grandioso Servillo, uno che come porta lui il sarcasmo nessun altro, è nella ricerca di una lacrima, di un palpito o almeno di un’idea per tornare a scrivere, e che solo l’abbandono del cinismo, la consapevolezza che nulla è più commovente del tempo che passa e che si è soli nella vita riesce a regalare.

Né un trattato sociologico della Roma radical-chic, né la compiaciuta stilizzazione di un artista, ma uno sguardo potente e stranamente appassionante su un mondo che non riguarda nessuno eppure fa da specchio a quello che condividiamo tutti. Sorrentino restituisce bellezza a una materia oscena facendo il percorso inverso dei suoi personaggi, che immagini bellissime e ostentate e parole indimenticabili, scolpiscono con forza. Anche su attori che credevamo finiti, come Sabrina Ferilli, o fossilizzati, come Carlo Verdone, e che invece posseggono ancora quel grumo di mistero e grandezza che rende La grande bellezza così bello.

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