Ho qualche guaio tra fantasia e realtà”: lo diceva Alvy/Allen in Io e Annie. Era il 1977 e quel film lo avrebbe consacrato tra i più grandi registi americani. Oggi quello stesso personaggio torna sullo schermo, questa volta con le sembianze di un bambino, Richie, che subisce le frustrazioni di una famiglia disfunzionale, male assortita, all’interno della quale non trova altro modo di esprimersi che non sia l’appiccare incendi. La madre Ginny è un’ex attrice che lavora come cameriera. I suoi sogni si sono infranti in un matrimonio “di convenienza” con Humpty, rozzo manovratore di giostre a Coney Island, ma sembrano risvegliarsi dopo l’incontro con Mickey, bagnino aspirante scrittore che vede in lei molto più di una donna obbligata all’infelicità. La relazione clandestina con l’affascinante ma improbabile artista accende in lei una luce di speranza alla quale si aggrappa, con tutte le sue forze, ma che le scivola tra le mani con l’arrivo di Carolina: la figlia di Humpty, sposata con un gangster, “ha parlato troppo” e adesso rischia di essere uccisa. Solo il padre, con il quale non ha rapporti da cinque anni, può aiutarla a nascondersi e a salvarsi.

Con La Ruota delle Meraviglie Allen omaggia Coney Island, così com’era negli anni cinquanta: un parco divertimenti ormai sull’orlo della decadenza, attraversato quasi esclusivamente per raggiungere la spiaggia, luogo d’incontro dagli orizzonti infiniti che lascia sullo sfondo, in lontananza, i colori e le musiche di un divertimento che non si realizza più. Ed è piuttosto interessante osservare come questa dinamica sia la stessa che si realizza, storia dopo storia, nella più recente filmografia del regista newyorkese. Quasi avesse inserito il pilota automatico, Allen continua ad affrontare gli stessi argomenti, proponendoli, di volta in volta, da una prospettiva solo apparentemente diversa. Il protagonista è sempre lo stesso: un disagio esistenziale che sfiora la nevrosi passando attraverso dialoghi eccessivamente verbosi e privi di un reale significato. Triangoli amorosi, emotività incontrollata e inganni sono gli ingredienti che Allen maneggia senza la grazia che lo aveva contraddistinto, ostinandosi in una ricerca di senso che non riesce più a trovare un approdo soddisfacente e che finisce, al contrario, per annoiare.

Il sodalizio con Vittorio Storaro, che illumina i personaggi e i luoghi con una luce che racconta di più e meglio della storia stessa, garantisce un’estetica affascinante e preziosa, che tuttavia finisce per esacerbare il contrasto con una narrazione spenta e inefficace. Neppure l’impegno, evidente, di alcuni tra gli attori (in primis Kate Winslet) riesce a sostenere la sensazione di reiterata e inutile ripetitività proposta da Allen. Viene da chiedersi il perché di tanta insistenza, quando sarebbe più opportuno non continuare a scivolare sull’insidioso terreno della ridondanza accontentandosi di accettare una banale verità: non tutti i guai possono essere risolti, ed è inutile aspettare che si ripresentino ancora e ancora tristemente sul seggiolino di una ruota che di meraviglioso, ormai, non ha più nulla.

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