locandina
Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo

La terra dell'abbastanza

6.5

Sembra uno spin-off di Gomorra, La terra dell’abbastanza, l’esordio dei gemelli D’Innocenzo presentato con un notevole riscontro all’ultimo festival di Berlino. E a ben vedere i due registi, Fabio e Damiano, con Garrone – ma anche Sollima e Caligari, maestri del cinema periferico e nero – hanno collaborato facendo da assistenti sul set del suo nuovo film sul delitto del Canaro. E La terra dell’abbastanza continua a parlare di periferie romane come molto del cinema d’autore e indipendente degli ultimi anni.

Protagonisti due ragazzi un po’ sbandati che di notte investono un uomo, uccidendolo. Decidono di nascondere il fatto, ma quando vengono a sapere che la vittima è un pentito pronto a testimoniare contro il clan del quartiere, i due provano ad approfittarne per entrare in quel clan e “svoltare” una vita dagli orizzonti bassissimi. I due gemelli scrivono un noir proletario e suburbano in cui la lezione o la scia del recente cinema di borgata viene arricchita, se non proprio riscritta, attraverso l’estetica del genere.

Ovviamente, per aderire a un genere e a una serie di codici, il film non cerca mai l’originalità, anzi del lavoro su luoghi e situazioni note si giova: il padre oppressivo, la ricerca del successo fosse anche un talent show, l’alternanza di casermoni e spazi vuoti in cui il cemento sostituisce la polvere desertica in un contesto da western contemporaneo, la sfacciataggine giovanile che sfida il potere inveterato. E queste dinamiche abbastanza usurate diventano interessanti proprio grazie al lavoro che i D’Innocenzo fanno sui luoghi, sulle inquadrature, con la fotografia di Paolo Carnera e con gli attori Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti.

Magari non ci riescono davvero a reinventare un genere o una sensibilità socio-geografiche e a voler usare un facile gioco di parole il film si ferma proprio alle porte dell’abbastanza sia nella tessitura formale sia nel coraggio narrativo: eppure fa ciò che un buon esordio ha il dovere di fare, ossia mostrare le carte che i registi si giocheranno, probabilmente meglio, con il prossimo film. Buone notizie, quindi.

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