Cannes 70 apre con una scelta curiosa e riparatoria: Les fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin. Riparatoria perché espia la colpa del direttore del festival Thierry Frémaux, colpevole di aver escluso il film precedente del regista (I miei giorni più belli, molto bello) dando vita a una scia di polemiche; curiosa perché il nuovo film è un mélange inconsueto e talentuoso.

Il film racconta un altro Dedalus – personaggio e cognome ricorrenti nel cinema del regista francese –, l’Ismaël del titolo e i suoi fantasmi, ossia la moglie scomparsa misteriosamente da 20 anni e il fratello Dedalus, sorta di spia e avventuriero imprevedibile, anche lui scomparso. Tra questi fantasmi, nella sceneggiatura di Desplechin con Léa Mysius e Julie Peyr, si situano le storie d’amore dei due fratelli e vari flashback, che creano un curioso e rocambolesco mix tra melodramma e memoria sentimentale con un fondo di spy story: un Truffaut scritto da Le Carré.

Proprio come la sua struttura narrativa a incastri, anche il film è un puzzle, o meglio un patchwork di suggestioni e riferimenti, di citazioni e prestiti, di frammenti propri e altrui; in questo caso però non c’entra la poca originalità, perché Les fantômes d’Ismaël funziona come la psiche umana che vive di ricordi e rimastica esperienze altrui. Desplechin qui ingloba molto e di eterogeneo livello per raccontare una storia di persone spezzate, di esseri che spariscono per dare un senso alla propria vita ed esseri che rimangono a fare i conti con i resti delle sparizioni degli altri.

La bellezza del film è che riesce a camminare sul filo del ridicolo (la scena d’amore tra Marion Cotillard e Mathieu Amalric) sfiorando il sublime e Desplechin sa scavare nell’animo dei suoi personaggi, sa costruirne le personalità non attraverso le parole o gli eventi ma con le immagini, con lo stile, con la forza di un primissimo piano e di uno zoom, di un fuoricampo o di un movimento di camera (basti vedere l’intensità di una sequenza breve, come quella in cui Cotillard si fa la doccia dopo la sua riapparizione). Desplechin si conferma un abile narratore anche quando tende a complicare la vicenda e il suo rapporto con lo spettatore: la sua mano di regista e direttore di bravi attori semplifica ogni cosa.

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