Se in una colonna sonora ricchissima a un certo punto appare “24 mila baci” di Adriano Celentano, non si può non pensare a Kusturica, a maggior ragione se il film parla di una compagnia teatrale itinerante che somiglia a un circo. Ma Les Ogres, opera seconda di Léa Fehner, in uscita in Italia dopo aver raccolto premi un po’ dappertutto (Rotterdam e Pesaro in particolare), sa convogliare i molti riferimenti e omaggi in un mélange di grande calore umano e intelligenza cinematografica.

Al centro della storia c’è questa famiglia di teatranti che porta in giro per la Francia una versione molto particolare di “L’orso” di Cechov, fatta di musica e acrobazie: nel loro viaggio devono affrontare le difficoltà del lavoro, ma soprattutto quelle di rapporti umani e affettivi incasinatissimi, con donne incinte e uomini irresponsabili, alcool, tradimenti e ritorni indesiderati. Insomma, ciò che capita in ogni famiglia sembra suggerire la sceneggiatura della regista, di Catherine Paillé e di Brigitte Sy, ma che Fehner tramuta in un fuoco d’artificio emotivo e spettacolare in cui la commedia e il dramma di famiglia diventano uno spettacolo a vari livelli.

Les Ogres racconta innanzitutto il viaggio di una famiglia aperta e inclusiva, accogliente e passionale, in cui le moltitudini degli intrecci si specchiano con la policromia e la multimedialità dello spettacolo che portano in giro, in cui il teatro classico diventa circo e musical, soprattutto melodramma. Ma Fehner, pur con la morte sempre presente  – anche solo come memento, anche se solo inscritta nelle inquadrature e nelle vite dei personaggi -, punta alla vitalità, all’espressività delle passioni e delle urgenze dei personaggi e mentre riflette su cosa siano oggi i concetti di normalità e rispettabilità, trasforma la vita in spettacolo: non a caso, la scena si vede di rado, quasi sempre come reazione discreta ai drammi che avvengono dietro le quinte (fin dal prologo).

Senza cercare di ricomporre il caos, lasciandolo fluire fuori dalle possibili implicazioni (iper)realistiche, Les Ogres è un film contemporaneamente simbolico (nel significato dei suoi luoghi narrativi, quasi degli archetipi, come il teatro o il circo, l’arte, l’amore, il dolore) e concreto (nel modo in cui racconta e mette in scena quegli archetipi), capace di far coincidere il rapporto con gli attori e i personaggi di un regista come Kechiche (Cous Cous) e quella sensazione di irrazionale felicità un attimo prima del dramma propria del cinema di Ophüls (La ronde, Le Plaisir). Ed è una coincidenza figlia di un talento puro, capace di creare con lo spettatore un legame di empatia che cresce e si allarga come quello di una famiglia, che lascia un vuoto che si amplifica dopo il film. Come la mancanza di un parente che capiamo di amare davvero solo dopo il suo abbandono.

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