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Les Revenants

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5.5

Si dirà che è interessante toccare con mano la sensibilità europea all’opera sugli zombie. È innegabile, infatti, che la differenza con gli Stati Uniti sia lampante, d’altronde il registro del Vecchio Continente sul tema non ha mai avuto nulla a che spartire con la spacconeria americana alla The Walking Dead. Il cinema e la letteratura insegnano che laddove loro hanno George A. Romero, noi abbiamo Lucio Fulci, e a Stephen King rispondiamo con John A. Lindqvist. Le distinzioni non si limitano allo stile e alle caratterizzazioni di quest’orda post umana, ma sono radicate fin nel lessico: quelli che loro chiamano morti viventi o zombie per noi sono sopramorti – così la scrittrice Chiara Palazzolo li definisce nella trilogia di Mirta-Luna recentemente ristampata da Piemme – o, scontando le radici cattoliche, resuscitati.

Banalmente risorti vengono considerati alcuni individui che un giorno lasciano le bare di un cimitero di paese tra i monti francesi e si ripresentano lindi, pinti, affamati, non troppo loquaci e senza sonno ai loro cari ancora alle prese con l’elaborazione del lutto. Minimo comune denominatore dei revenant sembra essere un violento addio alla vita mentre il loro ritorno è contestuale ad un sospetto abbassamento del livello delle acque della diga intorno alla quale sorge il piccolo centro urbano – un pub, un posto di polizia, una scuola, un sottopassaggio pedonale, un centro religioso e nulla più – dove si svolge la storia.

L’autore di questa serie andata in onda su Canal + e talmente applaudita in Francia da superare col passaparola Alpi, Pirenei e lo stretto della Manica, non si preoccupa di spiegare molto, forse rimandando le risposte alla prossima stagione. Ogni puntata ruota intorno ad un personaggio e aggiunge mistero al mistero. Però, negli episodi che si sono imposti alla nostra attenzione per la colonna sonora realizzata interamente dai Mogwai e di cui potete leggere qui accanto, ci sono anche dei punti fermi: l’atmosfera plumbea, i tempi dilatati e la tendenza dei vivi a impallarsi davanti a fenomeni incomprensibili. L’azione è sospesa o rimandata all’inverosimile, fino alla noia, come se gli uomini, le donne e i bambini dall’altra parte dello schermo fossero isolati in una bolla spazio-temporale che dà adito a tutte le ipotesi. La prima, già vista: e se fossero tutti morti? Quelli certificati non ricordano nulla dell’Aldilà, vorrebbero indossare i vecchi panni, non sanno perché sono tornati né come affrontare il futuro. Gli altri non hanno grosse intuizioni in merito. Solo la guida spirituale della comunità sembra avere le idee chiare, se hai la fede non stai certo lì a porti interrogativi. Di logica, in fondo, non importava neanche a Robert Campillo, il tizio che nel 2004 ha portato in sala il film omonimo: “è un lungometraggio sul lutto – dichiarava il regista all’epoca –, che tuttavia non tratta di questo dolore in modo intimo, ma, al contrario, tenta di descriverlo come una crisi mondiale: i morti ritornano, bisognerà reinserirli nella società. Dunque, invece di considerare i morti come un oggetto metafisico, ho preferito osservarli come un gruppo sociale, con le loro abitudini particolari, le loro difficoltà d’integrazione e, infine, con la loro silenziosa resistenza al controllo”. Una sorta di manuale di sociologia dell’Apocalisse, insomma. Qui in Europa, lo si accennava all’inizio, tendiamo sempre ad essere più cerebrali nel racconto come nella cifra stilistica: ad esempio, nessuno avrà visto in tv la danese Forbrydelsen, ma il suo remake americano The Killing probabilmente sì. Lì, davanti ad un efferato omicidio, la ricerca del killer è lo spunto per indagare le reazioni e le relazioni degli esseri umani soffocati da una cappa esistenziale. Les Revenants, che punta la telecamera sulle stesse dinamiche, ne è l’ennesima prova. Affascinante, non per forza riuscita.

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