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Rossella Schillaci

Libere

8

La Resistenza raccontata da Rossella Schillaci in Libere, documentario in uscita il 20 aprile nelle sale italiane, non è solo una storia di guerra ma il racconto corale di un impegno attivo per l’emancipazione femminile. Lo spaccato tra le lotte partigiane e la restaurazione del dopoguerra viene ricostruito attraverso una prospettiva inedita, grazie a un lavoro di minuziosa ricerca di materiali d’epoca che ha riportato alla luce preziose testimonianze di donne. Quel che ne emerge è un ritratto tutt’altro che scontato.

“Chi non vuole chinare la testa/con noi prenda la strada dei monti”: sta lì, forte e chiara nella lirica di Italo Calvino che accompagna i titoli di coda del film, la motivazione che spinse le donne raccontate dalla Schillaci, quale che fosse la loro estrazione, a unirsi ai partigiani. Si va sui monti per non chinare la testa, perché si sono visti “i morti e i civili massacrati”, per emanciparsi, per rivendicare un posto nel mondo che non sia quello scelto da altri, anche se si ha “paura sì, paura tanta, ma l’idea di mollare tutto e tornare a casa non potevo.” Meglio allora la montagna con il suo carico di pericolo ma anche di libertà, meglio la fine imminente di una ‘vita motivata’, che una casa con un destino già segnato, l’unico possibile, di moglie.

Alla macchia, donne che mai prima di allora avevano osato rivolgere uno sguardo tanto aperto alla vita e che scoprirono nuove forme di partecipazione e la libertà degli incontri, perché “si faceva all’amore, e molto”. Sembra di vederli questi amori sbocciati dietro le rocce o sulla neve nei momenti in cui la vita poteva finire da un momento all’altro e aveva forse un sapore aspro ma intenso. Non lo chiamarono femminismo, eppure le partigiane si riconobbero come movimento, ciascuna con una rete di donne da attivare, soprattutto nelle grandi fabbriche, e in quella rivendicazione di un ruolo diverso c’era già l’anelito di libertà che sarebbe esploso vent’anni dopo. In mezzo, la Liberazione con il suo portato di speranze disattese e la disadorna constatazione che, alla fine della guerra, alle spalle sia non il periodo peggiore della propria vita, ma il più straordinario, come emerge nelle testimonianze più amare.

E se molte delle donne intervistate sono scomparse, rimane la potenza delle voci a rendere palpabile l’emozione, grazie ad una regia che ha scelto di associare al racconto le immagini più significative rintracciate nell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza: 76 minuti selezionati a partire da 800 pagine di trascrizioni, 40 filmati dell’epoca e foto, articoli, manifesti propagandistici da cui emergono volti e luoghi evocati dal passato. È parte integrante del ritmo di montaggio la musica di Giorgio Canali, che alla Resistenza ha dedicato gran parte del suo percorso artistico, sia con i CSI sia come solista. Roco e cocente, il sound composto per Libere risulta incisivo quanto la traccia visiva, e altrettanto suggestivo.

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