Tante sfumature di Heidi (Thomas). L’autrice di Call the Midwife, le donne in televisione le racconta da tutta la vita. Anche quando sembrano eroine da romanzo e talvolta non le appartengono di diritto, provenendo dal mondo dei libri: nella sua biografia artistica annotiamo un Madame Bovary, addirittura Cranford da Elizabeth Gaskell e I Capture the Castle da Dodie Smith. Ora tocca a un classico immortale della letteratura americana per ragazze, Little Women, prodotto da PBS/Masterpiece e BBC, il cui più recente passaggio su grande schermo risale al 1994 in quel film di Gillian Armstrong che non aveva molto di speciale. Tranne la benevolenza di ospitare un giovane cast femminile che fremeva di farsi strada nel mondo del cinema sotto l’occhio materno di Susan Sarandon: Claire Danes, Winona Ryder, Kirsten Dunst. La versione aggiornata e televisiva di tale desiderio vede Emily Watson al posto della Sarandon e un quartetto di attrici sopraffatto dalla presenza dell’unica famosa per non aver recitato che qui nel ruolo più ambito, quello di Josephine March. Lei è Maya Hawke, figlia di Uma Thurman ed Ethan Hawke, debuttante di primo pelo e praticamente presenza magnetica sui periodici femminili. Anche se, vedi Tatler, occorre servirsi di asterisco e nota in copertina per spiegare che, sì, è proprio la figlia di Uma Thurman. Wow, magari ce lo aggiungiamo noi per galanteria. E in effetti, la debuttante che studia alla Juilliard di New York e ora intende seguire le orme dei genitori la sua bella figura la fa. Abituati all’imprinting romantico e agli occhi sgranati della Ryder, nel Little Women della BBC contano le impressioni: e Maya Hawke è materia grezza che si plasma poco a poco sul piccolo schermo fino ad arrivare con qualche acciacco del cuore alla battuta madre: non siamo più bambini, siamo adulti. Merito senz’altro della scrittura armoniosa e visibilmente appassionata della Thomas e della regia di Vanessa Caswill che queste giovani donne non smette di cercarle e metterle in mostra con un pizzico in più di femminilità fin dalla prima sequenza, non accontentandosi dei guanti impregnati di limonata dell’originale letterario. Caswill va a caccia di sincerità e di una complicità faccia-a-faccia che talvolta ricorda le sorelle Bennet in confidenza sotto le coperte in Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright.

Ostentare classicismo di maniera è l’alleato più forte per uscire vivi dalla riformulazione “per il nuovo pubblico giovanile” di questo classico: il cartoccio umano di madre e figlie mentre leggono la lettera del padre al fronte è una replica di quanto già visto altrove. Eppure non si può biasimare una certa cautela sulle effusioni letterarie che, per esempio, Emily Watson è straordinaria a cucire su se stessa propinando sia il buonismo di prassi (donare ai poveri per far sentire, noi pubblico, equamente più buono e in colpa) sia una sottile esasperazione dovendo essere e restare donna e madre in un mondo allo sbando a causa della guerra e delle ristrettezze. Altre due scelte imponderabili del cast hanno il sapore di antiquariato d’attore ma gli effetti sullo schermo non sono così disprezzabili: Michael Gambon (il vecchio Mr Laurence) nei period drama ci sguazza alla grande con quel tono di voce perentorio ma anche gentile, e la “suprema” Angela Lansbury nelle vesti di zia March è la risposta alla domanda: chi altri poteva interpretarla?

Alla fine dei giochi, nonostante abbia diviso il pubblico e parte della critica, Little Women lascia nello spettatore un vago senso di libertà. Heidi Thomas e Vanessa Caswill sono bravissime a tratteggiare un romanzo per piccolo schermo con tutti i crismi ma quando arriva l’ora, sono altrettanto brave a ritrovare verità nell’opera della Alcott (stessa cosa che dovrà fare Jo, dopo la morte della sorella) e approfittare del momento in cui tutto è tristezza e dolore per ritrovare la beneamata pace e serenità.

 

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