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Paolo Sorrentino

Loro 2

8

“Essere buoni conviene”. Una filosofia di vita, di economia e soprattutto di politica: la bontà come merce di scambio. Qualcuno potrebbe chiamarla corruzione, ma per Silvio Berlusconi e il suo doppio Ennio (Doris, il fondatore di Banca Mediolanum) è semplicemente il motto di una carriera. Parte con un incredibile dialogo tra Toni Servillo e Toni Servillo, Berlusconi e Doris come un solo uomo, Loro 2, seconda parte di un film che si mostra sempre più preciso e inventivo nel raccontare l’Italia attraverso Berlusconi e il cavaliere attraverso gli italiani che lo circondano.

Rispetto alla prima parte (per inciso, la divisione danneggia un film costruito in crescendo per toni e tocchi registici), Berlusconi diventa centrale e quindi viene a galla anche la questione politica: i 6 senatori convinti (comprati?) a votare contro Prodi sono lo scatto con cui il film di Sorrentino si confronta con la cronaca tra prostitute di maggiore o minore età, intercettazioni, elezioni e terremoti. Ma è anche quello in cui il regista mostra sempre meglio il suo progetto cinematografico e concettuale: raccontare l’Italia della Seconda Repubblica scavando attorno al suo simbolo più controverso. Se già in Loro 1, Berlusconi spiegava al nipote come la verità fosse una questione di convinzione e persuasione, la 2^ parte ruota tutto attorno alla crisi di Berlusconi come venditore, con l’imbonimento come unica idea di politica (dalla meravigliosa chiamata telefonica casuale per testare le sue capacità alle promesse ai terremotati: il potere in Italia ruota attorno a case e immobili).

E su questo lavoro di indagine del personaggio, Sorrentino costruisce l’idea stessa del film e del suo spaccato di rutilante antropologia: Berlusconi è sempre e comunque, in ogni contesto, un uomo di spettacolo e il suo senso per lo show è il modo con cui Loro fa politica, con i colori, le musiche, il montaggio, le scenografie ora kitsch ora deformate come un De Chirico sotto acidi, mentre la politica diventa spettacolo, drammaturgia, forma filmica, “una lunghissima, ininterrotta messinscena” come Veronica (bravissima Elena Sofia Ricci) accusa di essere la vita del suo ex-marito. E Sorrentino si rispecchia nel suo personaggio, lo sente affine mentre ne mostra ogni limite, ne fa quasi una pietra angolare per rileggere il suo cinema: Berlusconi è Jep Gambardella, è Tony Pisapia, è il risvolto fintamente del Geremia dell’Amico di Famiglia. È Toni Servillo, inevitabilmente. È una delle maschere del suo cinema ed è anche lo stesso regista.

E allora, noi come spettatori siamo gli italiani che ne hanno costruito, volenti o nolenti, votanti o avversatori, il mito di cui Loro è la radiografia scintillante e via via sempre più mesta, lucidissima anche quando ricorre alla farsa e alla boutade (il mezzo di comunicazione berlusconiano per eccellenza). Riducendo le questioni politiche a spettacolo, Loro si fa cinema direttamente politico. Sorrentino non ha paura di dilungarsi e di rischiare anche la didascalia in propria difesa (il dialogo con Veronica in cui lei le rinfaccia tutti i suoi misfatti) perché sa che ha dalla sua un’audacia narrativa, una capacità ipnotica di messinscena, un’acume che va oltre le prevedibili e un po’ vacue accuse di formalismo e auto-referenzialità. Basterebbe quel finale inaspettato per modi e toni, nel buio dell’Aquila crollata, tra macerie e volti, per dirne l’ironico genio.

“L’altruismo è il miglior modo di essere egoisti”: per Sorrentino vale l’opposto. Il cinema che lo appaga narcisisticamente è quello con cui riesce a comunicare meglio e più in profondità. Basta saperlo o volerlo ascoltare.

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