Ci sono infiniti modi di essere curiosi della vita e di volerla esplorare cinematograficamente. Osservare i personaggi fino a veder maturare il trascorrere delle loro più minute emozioni è la cifra dell’intera cinematografia di Abdellatif Kechiche. E se questo indugio porta alla tracimazione del senso filmico, trascinando lo spettatore nella visione forzosa del tempo come chronos che il cinema è nato proprio per sublimare a Kechiche poco importa. Mektoub, My love: Canto Uno, in Concorso a Venezia 74, è innanzitutto la prova di una grande sicurezza nella propria capacità di saper trasmettere una percezione di significato senza appoggiare la macchina da presa alla comodità di una trama. Il film, che scaturisce dal romanzo François Bégaudeau “La Blessure, la vraie”, è stato completato con difficoltà, a causa della scelta di Kechiche di comunicare solo in sede di post-produzione che l’adattamento sarebbe stato ampliato fino ad ottenere due episodi. Nonostante i 180 minuti di durata, la progressione non si distende su una linea temporale ma si aggroviglia nelle tensioni, delusioni e aspirazioni che si palesano nei protagonisti come in un timelapse che mostri il cammino del sole dall’alba al tramonto. I personaggi di Kechiche si muovono sulla scia del proprio desiderio producendo un riverbero su ogni altro appartenente al gruppo: perchè non sono mai soli, ma sempre parte di un organismo, circondati dalla forte aggregazione della cultura franco tunisina a cui lo stesso regista appartiene.


Non c’è una sola linea retta, l’intero sistema di relazioni si scompone sulla base di direttrici invisibili allo spettatore come agli stessi personaggi in gioco. E’ questa intricata rete di motivazioni, il mektoub (destino in arabo) forse, tanto casuale quanto incisivo nella determinazione del percorso di ognuno che la visione corale di Kechiche cerca di mettere in evidenza. L’occasione per questa osservazione è un’estate nel sud della Francia che vede le esplorazioni sentimentali di un gruppo di giovani, tra cui due turiste che vengono avvolte dalle calorose maglie della comunità maghrebina: siamo nel il 1994 e la Francia va ancora fiera della sua avanzata integrazione culturale. Un Paese spensierato di cui avere nostalgia, su cui già incombe la minaccia della disgregazione nell’evocazione della guerra del Golfo: Kechiche afferma di aver scelto di collocare la storia nel passato proprio per trovare una miglior comprensione del presente. Come per Cous Cous, il film vincitore del Premio Luigi De Laurentiis per la migliore Opera Prima al Festival di Venezia nel 2007, l’ambientazione è Sète, vicino Marsiglia, e la grande famiglia originaria di Hammameth è completamente integrata e, in certi casi, portatrice di valori più libertari rispetto ai locali ‘francesi’, in un completo capovolgimento delle tradizioni che vede fiere donne arabe contrarie al matrimonio e ragazze disinibite ma incapaci di rinunciare a un’idea di stabilità a scapito della più forte delle passioni. E  la nuova opera di Kechiche sembra in qualche modo proprio un’ideale continuazione di Cous Cous: in mezzo ci sono stati altri film e la tanto discussa Palma d’Oro a Cannes per La vita di Adèle, eppure la vita dei personaggi sembra in qualche modo riprendere le mosse da quel sogno di integrazione ormai realizzato, con un ristorante avviato che, guarda caso, porta lo stesso nome del film.


Anche qui si mangia come si fa l’amore, usando tutti i sensi, e la famiglia rimane il perno attorno a cui ruota l’identità di ciascun personaggio. Ma per quanto i valori di questa comunità siano manifesti, è una completa dismissione di giudizio quella che Kechiche chiede allo spettatore, accostando in un’unica ripresa orizzontale l’intimità della nascita di agnelli e deflagranti scene di sesso, in un’idea di purezza che vuol mostrare tutte queste rappresentazioni come portatrici di uguale valore: “è un film anarchico. Osservo, guardo, amo i miei personaggi. Non li giudico mai” dice Kechiche, esprimendo la sua vocazione alla rottura della gerarchie che irrigidiscono a suo dire il cinema francese. Quel che viene ricercato è l’abbandono, l’autenticità che emerge quando, alla fine di sfiancanti ripetizioni, l’attore abbassa le proprie difese per far emergere la più nuda autenticità, in un cinema che, se non si può definire di finzione, mantiene comunque un punto di vista ben definito nel mostrare solo corpi giovani e belli e, soprattutto, quasi esclusivamente femminili.

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