Giungono fondamentali conferme dall’ultimo episodio di Mission: Impossible. Una, neanche tanto sorprendente, riguarda il sempre gagliardo Tom Cruise, il quale ormai è diventato un genere a sé. Un corpo fisico da maltrattare con stunt esagerati, e sul quale instaurare una forma di estetica narrativa sempre uguale eppure sempre più solida. O convincente, fate voi. Nonostante l’insidia delle rughe per il suo attore-leader, nonostante la facilità con cui a Hollywood, ma non soltanto a Hollywood, si affidano a spy-story verosimilmente confezionate alla stessa maniera, tutte sparate a mille, Mission: Impossible – Fallout appare ai nostri occhi come un grandioso dato di fatto.

È un’alchimia perfetta in grado di far funzionare anche l’ovvio (la trama, per dio, è lo zig zag impazzito di una mosca con le zampine intrise di inchiostro su una pagina bianca) a partire da retaggio ideologico prelevato con mano ferma dai precedenti capitoli. Compreso il passato recente di Ethan Hunt, che ritorna. A parte il primo capitolo della serie, che ancora ricordiamo con piacere e che ancora produce movimenti involontari del corpo sulle note del main theme, tutto ciò che si è materializzato poi è servito quasi da aggregante per creare film tecnicamente sempre più perfetti, sempre più (im)possibili, sempre più avvincenti. Inoltre, in Fallout un’altra certezza arriva dalla presenza di Christopher McQuarrie riconfermato in qualità di regista dopo la bella prova in Mission: Impossible – Rogue Nation (2015). Al sesto episodio perfino Simon Pegg e Ving Rhames continuano ad articolare battute di senso compiuto, mentre Rebecca Ferguson fa qualunque cosa pur di restituire l’idea di essere una presenza femminile funzionale alla fenomenologia interna della serie. È sufficiente resistere due ore e mezza da nemesi cazzuta di una qualsiasi Bond girl. Due ore e mezza di azione pura e spericolata tra location urbane chic (Parigi, Londra) e aspre vette innevate, nella quale Tom/Ethan Hunt lavora in missione salvifica per conto di noi disgraziati spettatori che però già sappiamo che s’è fatto sgraffignare del plutonio da sotto il naso e che il buon Henry Cavill, al suo fianco, tanto buono non è: saranno mica quei baffoni da camorrista a tradirlo prima del tempo?

La presente sembra una recensione cattiva, ma non lo è. Mission: Impossible – Fallout c’è piaciuto davvero. Nonostante la prevedibilità aleggi come uno spettro sull’intero film, la combustione di azione, incroci dissennati tra agenzie, un protagonista vagamente crepuscolare nell’animo ma super-hero infrangibile sul campo di battaglia (sarà per questo che gli hanno messo accanto Superman?), fanno di questo episodio 6 un atto di resilienza. McQuarrie, bontà sua, ci fa capire che il mondo avrà sempre bisogno di Ethan Hunt e soci. Non occorre porsi inutili domande, ma godersi lo spettacolo. Il cinema prende atto. I movimenti involontari del corpo al ritmo della musichetta, pure.

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