Più che un film, My Life Story è una testimonianza di cosa sia un entertainer, di cosa significhi intrattenimento specie nella sua più profonda accezione britannica. Il film di Julien Temple è un inno a Suggs (ovvero Graham McPherson, leader dei Madness), immortalato durante una tappa del suo eponimo spettacolo e un inno alla forza esplosiva dello showbiz – musicale e non – di Sua Maestà. Lo spettacolo vede Suggs in scena da solo, accompagnato al pianoforte, raccontando il buffo giorno del suo 50° compleanno: da quel giorno parte il lungo ricordo di una vita tra aspirazioni, successi, follie, delusioni. Con un filo conduttore: la ricerca del padre. Temple riprende due date londinesi e le intervalla con inserti cinematografici, siparietti animati, immagini di repertorio per accompagnare la cavalcata del suo protagonista.

Il quale in My Life Story racconta due storie: la propria, di ragazzino comune orfano di padre in un quartiere periferico e non proprio tranquillo, tra musica e calcio, e poi di uomo di successo alla ricerca di una famiglia, biologica o sociale; e poi Suggs racconta la storia di Londra tra gli anni ’60 e i primi anni ’90, utilizzando la musica come chiave di lettura socio-culturale. I mod e il glam, il punk e il suo post e poi gli stadi per chiudere sulla solitudine di Liam Gallagher: un affresco fulmineo ma fedele, in cui si sente la vita che brulica nel Nord di Londra e in tutta la Gran Bretagna al suono delle sue canzoni, come veri inni popolari. E a tenere insieme questi due strati, la stupenda capacità di Suggs di tenere il palco, raccontando, divertendo, cantando stralci di sue canzoni celebri come “Baggy Trousers” e “It Must Be Love” (“Nothing more, nothing less, Love is the best… A chi cazzo può piacere questa roba?” si chiede lo stesso McPherson) coniugando lo humour, la vita di strada e di band, il calore dell’umanità e il gusto del miglior “vaudeville”. Un mix unico e unicamente britannico di cui Suggs è un degnissimo cantore.

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