Che sia il più grande documentarista vivente pare pacifico. Che Frederick Wiseman però, a più di 80 anni, continui a sfornare grandi opere a getto continuo un po’ meno. Il nuovo lavoro, National Gallery, presentato alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes 2014, continua il percorso intrapreso negli ultimi anni da Wiseman, che dopo aver cambiato storia e senso del documentario con Titicut Follies, Hospital e Domestic Violence ha intrapreso un percorso che guarda all’arte, alla cultura, a quell’umanesimo che la dittatura dell’economia e la sua crisi hanno portato a rinnegare.

Così dopo La danse, Crazy Horse o At Berkeley, Wiseman racconta dal di dentro la National Gallery, con lo stesso metodo di sempre: entrare nei luoghi dove si decidono le sorti di un’istituzione, osservare, non intervenire né commentare mai, mostrando i meccanismi decisionali prima e il lavoro concreto poi intorno al famoso museo londinese, tra i più grandi del mondo. E come sempre in Wiseman, soprattutto nell’ultimo periodo, la capacità di tirare fuori il senso politico delle immagini è straordinaria.

Mostrando quasi in parallelo le riunioni del consiglio di amministrazione in cui si decidono le attività e si risolvono i problemi organizzativi ed economici e il lavoro delle guide nel raccontare ai bambini o ai disabili, la preparazione delle opere da parte dei curatori e le esposizioni vere e proprie, National Gallery mette in mostra cosa rappresenta l’arte in questo preciso momento storico e socio-culturale, come poterla salvare e comunicare al mondo, rendendo cruciale la questione dell’opera come racconto e messinscena (bellissime le discussioni sulle cornici, le luci, i riflessi), facendo di riflesso quindi anche un film sul cinema, la cui condizione si specchia in quella dell’arte tout court.

Come sempre, Wiseman abbatte le barriere tra ciò che è di pubblico dominio e ciò che non si potrebbe sapere, tra il dietro e il davanti le quinte, tra lavoro e risultato e lo fa su una materia tanto più affascinante quanto più affine, in senso estetico, ontologico ma anche politico, alla settima arte. E il finale, con i due ballerini che danzano tra i dipinti del museo, fonde non solo le varie anime dell’arte, ma i vari elementi del cinema (immagine, movimento, dettaglio sonoro, musica) e il percorso di Wiseman da qualche anno a questa parte. In uscita a giugno.

National Gallery

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