6 gennaio 1948. Pablo Neruda, senatore della Repubblica Cilena, davanti ai suoi colleghi si scaglia contro il presidente Gabriel Gonzàlez Videla, elencando i nomi di tutti i minatori incarcerati a seguito della repressione dello sciopero nella regione di Bío-Bío. Tanta e tale è l’indignazione di quel discorso, divenuto noto come “Yo acuso”, che il governo reagisce emanando un ordine d’arresto contro il senatore comunista; Neruda, per sottrarsi alla cattura, si vede costretto alla fuga e grazie all’aiuto di amici e compagni, dopo un’avventurosa attraversata delle Ande, riesce a rifugiarsi in Argentina. Nel frattempo, alla maniera dei polizieschi, lascia messaggi alla polizia ed elargisce indizi, sembra quasi voglia farsi catturare. Ma il governo cincischia, dà l’impressione di non volersi davvero sporcare le mani. Eppure a capo delle indagini c’è uno strano poliziotto, tale Peluchonneau (uno strepitoso Gael Garcìa Bernal), che vive solo per poterlo acciuffare.

“Molti dei miei ricordi sono svaniti ad evocarli, sono divenuti polvere come un cristallo irrimediabilmente ferito”, rivelava Pablo Neruda nella sua autobiografia Confesso che ho vissuto. Allo stesso modo Neruda, la pellicola più ambiziosa di Pablo Larraìn, è un prisma ingannevole che tramuta la vita del premio Nobel e la cronaca del suo paese in mille granelli indistinguibili tra loro, confondendo a tal punto lo sguardo dello spettatore da fargli “sovrapporre” verità e finzione, storie e Storia. Quello di combinare arte e vita, parole e immagini, è una sorta di gioco per il regista, eppure non è un intellettualistico vezzo formale in stile postmoderno, bensì la via personale per raccontare una personalità inafferrabile come quella del poeta: politico vicino al pueblo, raffinato esteta, cuoco goloso, giramondo amante della natura, appassionato dongiovanni, esperto di romanzi gialli e simbolo di una nazione. Ed è proprio partendo da quest’ultime sfaccettature del suo personaggio che Larraìn imbastisce un’indagine sulla creazione del mito, una caccia all’uomo che diventa la stesura di un racconto “poematico” a metà tra la realtà e la mitopoiesi. Ciò che interessa al regista è dunque la narrazione della storia, il processo attraverso il quale le parole legittimano gli eventi e ne modellano la forma nel tempo: qualcosa di cui sembra essere consapevole lo stesso Neruda, autore di una fuga che trascende la veridicità per divenire opera letteraria.

“Il poeta tende a credere che il mondo è qualcosa che ha immaginato”, e il mondo di Neruda è vasto, complesso e multiforme quanto il territorio cileno, perciò fa bene Larraìn a parlare di film “nerudiano” piuttosto che di classica biografia; del resto più il film procede, maggiore è la complessità con la quale il cineasta destruttura l’odiosa formula del biopic, deliziandosi a giocare con le attese e le curiosità del pubblico come il gatto col topo. Parafrasando Borges il film si sarebbe potuto intitolare “Esame dell’opera di Pablo Neruda”, perché similmente alla novella dello scrittore argentino, la pellicola si rivela una finzione labirintica con un ingresso inaccessibile allo spettatore, se non in dirittura d’arrivo. E inaspettatamente il padrone della chiave d’accesso all’opera è un personaggio secondario in cerca d’autore, una figura romanzesca che si ribella alla struttura del racconto per conquistare un’identità personale. Larraìn ne asseconda la fantasia, distrugge quel che fino a quel momento ha costruito e accumulando generi su generi – noir, commedia, road movie e persino il western “bianco” à la Il grande silenzio – astrae sempre più il film, sospendendolo in un’atmosfera irreale (emblematica la scelta della retroproiezione per le scene in auto). Alla fine ci ritroviamo in un’altra dimensione: ben lontani dal punto di partenza, quando la voce narrante di Peluchonneau suonava come una scelta incomprensibile. Ora sappiamo che la storia si tramanda non senza invenzioni, ma siamo pur certi che il valore della grande poesia non conosce inganni.

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