Pace all’anima di Danny Ocean. In tutti i sensi. Più che giusto quindi che a ereditare il trono nel reboot-sequel Ocean’s 8 sia la sorella Debbie: una Sandra Bullock che al suo ingresso nel rat pack clona a manetta. Non solo le gesta del fratello, uscita di prigione più ruberia del secolo più affari privati, ma anche i fantomatici diamanti Cartier da 150 milioni di dollari che fanno parte del ghiotto bottino. Come in passato, la scelta della squadra che la affiancherà nel furto del secolo è di una precisione quantica. C’è Cate Blanchett mozzafiato quando scorrazza in motocicletta, che prende il posto di quello che fu il ruolo di Brad Pitt rubandogli forse qualcosa del carattere sfrontato-zen, ma sempre impeccabile. Ci sono poi la stilista Helena Bonham Carter, l’hacker Rihanna, la madre geniale Sarah Paulson, la gioielliera innamorata Mindy Kaling, la borseggiatrice Awkwafina. In coda, ma non per questo ultima della classe, Anne Hathaway nei panni di Daphne Krueger sul collo della quale risplenderà il mastodontico collier di diamanti durante il tradizionale Met Gala a New York. Tenetela d’occhio: è davvero brava. Di cattivi nessuna traccia, la reputazione di Andy Garcia è salva e perpetuata in eterno; in compenso la controparte maschile del reboot va dal minchione bello come il sole Richard Armitage (nella parte del mobilio chic di Ocean’s 8) al comico James Corden che si insinua con assoluta mestizia in veste di agente assicurativo con fiuto da Sherlock Holmes.

Il dilemma con il film di Gary Ross, amico di Steven Soderbergh, da tre anni al lavoro su questo film scritto assieme a Olivia Milch (è nata una stella? La figlia di David Milch la attendiamo al varco con il suo Dude…), è che non c’è sequenza che non faccia spostare indietro l’orologio… sull’11. Il mantra ‘George Clooney lo faceva meglio’ è come un polipo che allunga i tentacoli un po’ ovunque. In tempi di #MeToo e Time’s Up, Ocean’s 8 non è soltanto un piacevole divertimento corale ma ovviamente qualcosa di più, tuttavia la nostalgia canaglia e palesemente maschilista del primo film della serie si fa sentire. L’astuzia del colpo trova in effetti il tempo che trova (cioè allo scadere del minutaggio, quasi alla fine). L’allestimento dello stesso è segnalazione infinita di cose già viste ed emozioni che non tieni in allerta neanche se i sistemi di sicurezza del Metropolitan Museum li avesse concepiti Albert Einstein. Semmai, teniamoci tutto il resto con estatica rassegnazione: il gruppo giustamente affiatato, che tuttavia socializza con il minimo sforzo o troppo poco tempo a disposizione, la missione eroica di Sandra Bullock, l’ovvio manrovescio per mascelle sensibili ai colpi di scena, eccetera eccetera. Che poi Ocean’s 8 sia la posizione del missionario quanto a fantasia e originalità, nulla da recriminare. Ormai certi film sono fatti proprio così. Codifica standard. Sostanzialmente siamo d’accordo anche con quanti hanno visto ingresso libero di input da Sex & the City, Il diavolo veste Prada. Tutte cose arricchite da quel generale respiro glamour e super chic che, fossimo stati al posto di Gary Ross, avremmo trattato con più perfidia. Con la parata di vere star a disposizione, da Katie Holmes ad Anne Wintour, come resistere alla tentazione? Gary Ross dà invece l’impressione di gratificare personaggi e pubblico alla stessa stregua della paghetta settimanale concessa a un adolescente. Con un epilogo, Debbie e il fratello Danny con brindisi d’ordinanza, che suona come un’altra strana gratificazione. Prosit.

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