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Bong Joon-ho

Okja

7.5

La pietra dello scandalo. Il film che al recente festival di Cannes ha fatto scattare la fatwa contro Netflix da parte dei distributori ed esercenti francesi e quindi anche del festival. Okja di Bong Joon-ho è passato quasi inosservato dal punto di vista della qualità, ma ora che la tempesta è passata, il film può essere valutato per ciò che è, ossia un nuovo passo in avanti nel percorso del regista sud-coreano, uno dei più grandi innovatori di generi nel cinema degli ultimi anni.

Il film ha per protagonista l’Okja del titolo, un enorme maiale geneticamente modificato che fa parte di un programma di allevamento eco-sostenibile creato da una multinazionale – presieduta da una strepitosa Tilda Swinton – per trovare un metodo di allevamento capace di sconfiggere la fame. Ma la verità è un’altra e la giovane Mija, la ragazzina che ha curata Okja per molti anni, sarà al centro di uno scontro tra eco-terroristi e il potere del neo-capitalismo.

Bong insieme a Jon Ronson scrive un film che prende il fantasy per ragazzi in stile Spielberg, lo mescola con il monster movie che Bong ha rivoluzionato con il suo film più celebre, The Host, e lo arricchisce con una vena action-thriller politica che lo inquadra perfettamente nel contesto socio-politico. Perché se è vero che Okja è di base un film per famiglie pensato per un pubblico adolescente o più piccolo, visto il ricorso a certe leziosità e sentimentalismi, è altrettanto vero che il film getta uno sguardo satirico forte e consapevole sul rapporto tra liberismo contemporaneo e lo sfruttamento della natura.

Andando oltre l’assunto di base della trama, dove Okja trova una sua sottigliezza è nel legare a doppio filo i movimenti economici e politici al cibo, agli animali e all’animalismo, al bisogno di rinnovare le risorse e di ampliare i fatturati, mostrando in contemporanea i bisogni di un mondo (il film è ambientato ai giorni nostri e fa la parodia a Trump) e l’inadeguatezza di ogni sua risposta, anche quella politicamente corretta fatta di vegetarianismo, sabotaggi ed eco-terrorismo. Non esistono risposte, esistono solo problemi e, nonostante il lieto fine coerente con il target cui il film è rivolto, il film non dà risposte anzi rilancia con altre domande e contraddizioni, come dimostra il finale in cui oltre il bene e il male c’è il potere del denaro. Quindi un film che, come sempre nel cinema di Bong, supera le apparenze di genere per aprire squarci problematici e porre questioni spiazzanti, e Okja raggiunge questo obiettivo proprio attraverso la rilettura dei codici del cinema di genere: il film di mostri e creature giganti diventa fiaba spielberghiana, il racconto per ragazzi è una satira piena di tensione e dolcezza.

Bong mescola le carte ma lo fa senza alcun tipo d’ironia cinefila, anzi utilizza gli elementi a sua disposizione con convinzione, estro e originalità, facendo convivere l’azione ottimamente coreografata (bella la lunga sequenza dell’attacco dei terroristi, tra ralenti e inseguimenti automobilistici di alto livello) con lo humour infantile basato sul design dolcissimo dell’animale protagonista e un sentimentalismo smaccato e sincero, come da tradizione del cinema popolare orientale. Il tutto perfettamente inscritto in un quadro in cui – dopo l’ottimo Snowpiercer – Oriente e Occidente continuano a mescolarsi, in cui il cinema mainstream e lo sguardo di un autore sono sulla stessa linea d’onda: difficile trovare in un film simile degli ultimi anni una sequenza commovente come quella finale, in cui il macello dei maiali sembra una versione contemporanea di un campo di concentramento (appunto, ancora Spielberg). Al netto delle polemiche e dell’interesse di parte, Okja può far storcere il naso e generare critiche: ma solo in virtù delle sue scelte, interessanti e a suo modo coraggiose.

Pubblicato sul Mucchio n. 756/757

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