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Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti, Claudio Jampaglia

Our War

8.5

Presentato Fuori Concorso alla 73° Mostra del Cinema di Venezia, Our War nasce dall’incontro tra i giornalisti Benedetta Argentieri e Claudio Jampaglia con il filmaker Bruno Chiaravalloti. Tre sguardi dietro la macchina da presa, tre voci sullo schermo per raccontare la scelta di chi ha lasciato una confortevole vita occidentale per combattere a fianco dei miliziani curdi contro l’ISIS in Siria. A prestare al documentario la propria esperienza e i filmati realizzati al fronte sono Joshua Bell, Karim Franceschi e Rafael Kardari .

Bell, l’ex marine, sembra uscito da un film di Gus Van Sant. Si è arruolato in attesa di sapere che fare da grande e, dopo le missioni in Iraq e Afghanistan, è partito per la Siria in fuga da se stesso. Eppure, l’uomo che adesso tiene alta la bandiera YPG di fronte all’obelisco di Washington è un uomo vivo di un entusiasmo che il proprio esercito – confessa – non è mai riuscito a suscitargli.

Karim Franceschi, l’italiano, è per metà arabo e per metà partigiano. È approdato a Kobane per una missione umanitaria e ha scelto di tornare da soldato. Ha una voce allegra, come si conviene al coraggio, dal suo avamposto militare racconta la resistenza che inizia a preservare la propria umanità, prima ancora che la propria vita. Con i compagni si condividono scherzi, giacigli, tè brucianti, ci si passano bombe daesh come fossero sigarette. Franceschi abbraccia un kalashnikov annata 1942, lo stesso utilizzato nella Seconda Guerra Mondiale da Zajcev a Stalingrado (“poetico, no?”), mentre fuori, attraverso la feritoia, i novecento metri di distanza dalla prima linea del nemico diventano contorni di case spaventosamente vicine.

Rafael Kardari è partito dalla Svezia dopo aver visto il video di un’esecuzione di bambini da parte dell’Isis. Fa fatica a raccontare ciò che ha visto laggiù, tuttavia, mentre guida nel traffico di Stoccolma, le sue parole poggiano su una quotidianità fluida, dove si salutano gli amici certi di rivederli l’indomani. A Kardari sono bastati pochi giorni di viaggio e alcune ore di addestramento per passare da una vita ‘normale’ a quella in cui è ‘normale’ uccidere un altro uomo.

Sarebbe facile segnare una riga che delimiti i buoni dai cattivi, ma non si tratta di finzione: quello che vediamo è un documentario di guerra e si spara da ambo le parti, eroi di Our War compresi.E quando la scena di Kobane esplode su un Inferno senza discromie, l’illusione di poter capire si polverizza e torna forte, ineludibile, la domanda: perché si sceglie di affrontare tutto questo? Le motivazioni dei protagonisti intrecciano in modo inestricabile vissuto personale e visione del mondo, sospese tra le immagini di vita ordinaria e le testimonianze dal confine: Kardari ha origini curdo-irachene, eppure vuole fare il possibile per fermare l’avanzata del terrorismo in Occidente, mosso da una consapevolezza da europeo; Bell cercava una guerra e ha trovato un futuro da trascorrere in un Kurdistan pacificato; Franceschi sta per partire di nuovo: sente di dover combattere per una nuova era, come quella segnata dalla Guerra Civile spagnola e dalla Rivoluzione Cubana. Non sa se vale la pena morire per queste cose, ma ritiene che sicuramente valga la pena rischiare la vita per esse.

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