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Takeshi Kitano

Outrage Coda

6.5

Con Outrage Coda Takeshi Kitano conclude la trilogia iniziata nel 2010 con Outrage e proseguita nel 2012 con Outrage Beyond, campione d’incassi, realizzato in seguito al grande successo commerciale conseguito dal primo film. La novità non sta certo nella tematica, l’efferata yakuza giapponese tante volte raccontata da Kitano nella sua lunga filmografia (qui alla sua 18sima prova di regia), quanto nel suo essere, rispetto a quel mondo, monodimensionale e chiusa verso l’esterno. Proprio la contrapposizione della vita ‘normale’ all’opacità della violenza e la capacità di stabilire una linea di continuità tra i due diversi registri narrativi aveva saputo creare la poesia con cui Kitano si era affermato sulla scena internazionale prima con Sonatine (1993) e poi con Hana-bi (1997), Leone d’Oro al Festival di Venezia. Gli eroi di questi film non sono meno collusi con la malavita dei protagonisti di Outrage ma, rispetto a questo, affermano la propria umanità al di sopra dell’appartenenza all’organizzazione. Accanto alla morte violenta che scorre via veloce come il volo di una munizione, la morte individuale imponeva la lentezza che scaturisce dal restringersi del campo d’osservazione e che qui manca. Come i due precedenti Outrage Coda è un puro film di intrattenimento e la stessa trama, cambiata più volte dall’autore durante le riprese, è interamente costruita intorno alla coreografia della brutalità e alla necessità di diversificare il modo di eliminare i vari personaggi. E che l’intero racconto debba esaurirsi nell’orizzonte del criminal movie appare chiaro fin dall’inizio della lunga scìa di sangue che caratterizza il film, facendo ritrovare il primo cadavere su una spiaggia: è una violazione dell’ordine lirico di Kitano che del mare ha sempre fatto una sorta di rifugio per i suoi personaggi e un luogo di redenzione, foss’anche attraverso la morte.

Ma qui non c’è possibilità di redenzione per nessuno, perché lo stesso mondo della yakuza, dimentico delle proprie leggi di fedeltà assoluta alla propria gerarchia, sembra destinato all’implosione. Una decadenza denunciata apertamente e coincidente con la perdita di un vero e proprio codice d’onore: i nuovi capi non hanno i tatuaggi che distinguono gli appartenenti alla ‘famiglia’ dal resto della popolazione, gli errori non vengono più riparati con lo yubitsume (il taglio del dito mignolo) e l’obbedienza non rappresenta più un valore da rispettare pena la perdità della propria dignità. La storia, infatti, è un aggrovigliato sistema di tradimenti per la conquista della supremazia all’interno di uno stesso clan che va a collidere con una fazione opposta a cui appartiene Otomo, interpretato da Beat Takeshi, come Kitano suole firmare le sue interpretazioni attoriali. Non è l’anti-eroe e non è buono il personaggio Otomo: è solo, in un panorama di totale disfacimento morale, un uomo con un senso del codice meno disintegrato degli altri. Un gangster fuori moda, come viene definito nel film, insieme a cui spicca la figura di un altro membro della vecchia guardia, quel Mister Chang capace di opporre stile e fermezza persino di fronte alla minaccia di una pistola che gli viene puntata contro a distanza ravvicinata. Il ritmo è sostenuto, non lascia spazio a riflessioni: qui solo le azioni contano e solo le azioni giuste possono permetterti di rimanere vivo. Peccato non saper cogliere le sfumature linguistiche su cui il film gioca e che aiuterebbe a identificare con maggior facilità le parti in campo, distinguendo tra coreani, giapponesi di Tokyo e ‘provinciali’, identità da rimuovere, a giudicare dall’avversione per il dialetto del nuovo boss. In Outrage coda la corsa al potere travolge tutto e tutti, in una totale perdita di punti di riferimento che nega allo spettatore una qualunque possibilità di empatia.

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