Si capisce che la sfiga è assoluta in Passengers sin dal principio. Immaginate gigantesca e lussuosa (astro)nave da crociera che avanza spedita nello spazio per raggiungere Homestead II, colonia terrestre dove rifarsi una vita previa ibernazione lunga 120 anni. Con la Terra ridotta a un mondezzaio, inquinato e sovrappopolato, questo e altro. Succede però che nel corso del viaggio, a circa 90 anni dalla destinazione finale, una pioggia di meteoriti mandi in tilt il sistema della nave, risvegliando il passeggero Jim Preston (Chris Pratt). Gli altri 4999 passeggeri e i 258 membri dell’equipaggio continuano il loro tranquillo sonno in animazione sospesa. Allo smarrimento del giovane segue graduale deperimento mentale: restateci voi un anno su una Costa Crociera galattica con l’equivalente di un biglietto di terza classe. Sembra comico, ma non lo è. Jim decide quindi di risvegliare un’altra passeggera, la scrittrice Aurora Lane (Jennifer Lawrence). Gesto crudele ed egoista che pagherà caro. Ma, ripeto: restateci voi su quella nave immensa a parlare tutti i santi giorni con un robot-barman (Michael Sheen) che sembra prelevato dall’Overlook Hotel di Stephen King.

Ironia a parte, si capisce che tutto andrà storto in Passengers già a cominciare dalla stravagante stesura di un film di fantascienza ovviamente virato romance, in cui non accade nulla di rilevante. Neppure nella tanto reclamizzata scena bollente tra Pratt e la Lawrence (ovvero: chi se ne frega) o in quell’epilogo in cui tutto potrebbe volgere al peggio e che si riduce a fotocopia di tanti momenti al cardiopalma visti in numerosi film prima di questo. Come si fa a reggere per quasi due ore è un mistero. Probabilmente aiutano lo stupore high-tech-barra-deluxe dell’impianto scenografico, le meraviglie degli effetti speciali dentro e fuori la nave e, giusto per non infierire, la sola interpretazione della Lawrence. In realtà il tema di fondo del film, un Titanic nello spazio, con annessa storia d’amore, s’era parzialmente già visto in un mediometraggio del 1996 prodotto e supervisionato in Giappone da Mamoru Oshii dal titolo Remnant 6. Un piccolo film di 45 minuti che chiamava a raccolta la crème de la crème degli effetti speciali (Shinji Higuchi), del mecha design (Shoji Kawamori) e con un Kunitoshi Manda, abituale sceneggiatore di Kiyoshi Kurosawa, alle prime armi. Anche lì una nave spaziale, lunga appena 400 metri, finiva in panne causa meteorite. Oshii aveva però preteso impianto militare e ristrettezze visive in luogo di meticolosa analisi caratteriale dei personaggi. Passengers al contrario è tutto sfarzo, quasi oltraggioso. Punta sulla credibilità dei personaggi nella convinzione di ottemperare alla generale banalità con repertorio cool e glamour. Ma siamo ben lontani dall’obiettivo: Jim Preston è l’unico tecnico-operaio in mezzo all’universo che non sa riparare la sua cella d’ibernazione; il cognome della protagonista è un inno all’originalità. Insomma, siamo alle solite: Morten Tyldum, che ci aveva convinto con The Imitation Game, ora regala una sostanziale furbata. Costosa, retorica. Decisamente priva di significato.

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