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Jean-Loup Felicioli, Alain Gagnol

Phantom Boy

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Un ragazzino leucemico viene ricoverato in ospedale per ricevere adeguate cure, conosce uno sbirro finito sulla sedia a rotelle dopo un’aggressione e lo aiuta a sgominare una maldestra banda di criminali guidata da un uomo con il volto sfigurato che minaccia la città di New York. In loro compagnia una intraprendente giornalista, che nella versione originale del film ha la voce di Audrey Tautou. Con la parola “invidia” scolpita sulla fronte, parliamo di un piccolo film di animazione francese, Phantom Boy, che ha molto da offrire sia in termini di spettacolo sia di materia su cui riflettere in merito al mondo dell’animazione.

Grazie a talento visionario, ironia e una solida trama per un cartoon, la coppia di registi Felicioli/Gagnol, che sicuramente ricorderete per Un gatto a Parigi, dimostrano come si possa realizzare un’opera diligente e per nulla bamboccesca con i mezzi dell’animazione tradizionale, sorvegliata da uso discreto del computer. Se scorrete con attenzione i credits non potrà sfuggirvi la messe di individui e società che hanno messo mano al portafoglio per finanziare la pellicola. I “comitati di produzione” sono ormai la prassi per tirare avanti – anche laddove non si direbbe (il Giappone degli anime cinematografici). È un segno dei tempi. Ma spiega benissimo come si possa fare cinema animato di qualità e dai nobilissimi propositi, visto che Phantom Boy parla di un ragazzino malato di leucemia e del modo avventuroso con il quale affronta la malattia. Non da solo, ma con un nuovo amico e la presenza della famiglia, e della sorellina più piccola in particolare cui racconta storie da supereroi. Cosa più unica che rara.

Una prassi produttiva che andrebbe importata in Italia, dove una cultura e una macchina organizzativa di tale portata sono quasi una chimera. Per dirne una: dietro la realizzazione del film di Felicioli e Gagnol c’è Folimage, storica casa di produzione dalle cui fila è uscito il bellissimo Tante Hilda!, film che ancora qui non è stato distribuito. Qualcuno dovrebbe spiegarcene il perché senza tirare in ballo lo strapotere delle produzioni digitali hollywoodiane. Phantom Boy è due spanne superiore a suddette produzioni. Per cominciare non è un film ruffiano, altro privilegio assai raro, inoltre il piacere delle immagini create artigianalmente e poi ripassate al computer (come gli sfondi che hanno preso spunto da fotografie di New York) restituiscono allo spettatore una sorta di veduta pittorica che richiama alla mente Picasso e De Chirico. L’incrocio tra i fumetti e il noir alla base della trama con occhio puntato sulle produzioni di Stan Lee degli anni 60, che come dicono i due autori hanno molto in comune nella loro vivacità narrativa ed estetica “urbana”, si combina a meraviglia con le esigenze della storia narrata qui: c’è tanta azione e movimento nonostante i due protagonisti siano reclusi in un ospedale (verrebbe voglia di scomodare perfino l’Hitchcock di Una finestra sul cortile ma in chiave di viaggio astrale, con visioni a distanza).

Soprattutto, Phantom Boy parla al pubblico più giovane con sincerità e grande umanità. È un film che li fa sentire adulti, nel modo più pulito possibile. E senza pretendere nulla in cambio.

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