“Mister I ain’t a boy, no I’m a man\and I believe in a promised land”. E’ il 1978. Bruce Springsteen vive il suo anno di grazia e un tour epocale sta per trasformare “il futuro del rock” in uno dei miti della musica mondiale. Siamo nel periodo in cui sogni si perdono nell’oscurita ai margini della città, una fase talmente eccezionale per il musicista da permettergli il lusso di regalare ad altri un brano del valore di “Fire”. Ma non a un signore qualunque, niente di meno che a Elvis Presley: un omaggio da parte del Boss al Re. Presley però muore poco prima di poter ascoltare il demo del brano, che verra poi inciso da The Pointer Sisters, e con lui se ne va la voce che aveva acceso la passione per la musica nell’anima di Springsteen (rimane scolpito nella mitologia del rock il suo tentativo d’irruzione a Graceland) e di una nazione intera. Il 16 agosto del 1977 l’America perdeva una delle icone che avevano contribuito a creare quella chimera chiamata Sogno Americano. Era stata promessa una terra di sogni e speranze, ma qualcuno l’aveva davvero mai vista?

Il regista Eugene Jarecki cerca una risposta a questa domanda in un viaggio on the road a bordo della Rolls  Royce comprata da Presley nel 1963, in un percorso che parte da Tupelo e arriva a Las Vegas passando per Memphis e Hollywood. A bordo della vettura inglese, scelta paradossale ma azzeccata, salgono musicisti, attori come Ethan Hawke e Alec Baldwin, ma soprattutto gente comune che ha visto in Elvis un mito irraggiungibile, un’icona da sfruttare, oppure il simbolo di quell’America bianca che ha vampirizzato la musica black per trasformarla in prodotto di consumo per la massa. Promised Land è tre film in uno – politico, musicale, storico – e per questa ragione non tutto fila liscio durante la visione, eppure ha l’indubbio merito di riuscire a condensare nell’immagine di Elvis, un working class hero divenuto stanco e obeso entertainer per il pubblico di Las Vegas, il simbolo perfetto di un paese condannato alla creazione eterna di sogni da vendere a se stesso. Il documentario incrocia la carriera di Elvis, ritratto nella sua progressiva decadenza, con la crisi in cui sembra essere precipitata l’America e che ha trovato, secondo la lettura del regista, in Trump il suo punto d’arrivo. Due figure straordinariamente diverse, eppure perfette per misurare la temperatura di una nazione dalle eterne contraddizioni.

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