Sembra voler rispondere a una precisa domanda Ready Player One, il nuovo film di Steven Spielberg che arriva nelle nostre sale a meno di due mesi di distanza da The Post e di cui sembra l’opposto filmico: dove sta andando la cultura pop? E il film risponde cercando anche di (ri)definirla tanto nell’ottica della nostalgia retromaniaca contemporanea, per cui anche un 17enne ha nostalgia di quel periodo, quanto in quella del cinema spettacolare degli ultimi 40 anni.

Tratto dal romanzo di Ernest Cline, Ready Player One racconta di un futuro in cui le risorse energetiche sono praticamente inesistenti e il mondo cerca un rifugio ideale in Oasis, un videogioco che è praticamente una realtà alternativa. Alla sua morte, il geniale creatore decide di lanciare un concorso: chi troverà l’easter egg – la sorpresa nascosta – all’interno del gioco diventerà il proprietario di Oasis e l’uomo più ricco del pianeta. Il giovane Wade, o meglio il suo avatar Parzival, cercherà assieme a un gruppo di cacciatori di scovare quest’”uovo” e la sceneggiatura di Zak Penn e dello stesso Cline rendono il film una vorticosa avventura dentro un’immaginario, riflettendo su quell’immaginario.

Anche perché, dopo aver offerto il film a Zemeckis, Nolan, Vaughn, Edgar Wright e Peter Jackson, sembra naturale che le redini del progetto siano finite nelle mani di Spielberg che di quei registi e della loro idea di cinema è il padre, e che è anche il creatore principale – o uno dei principali – proprio di quell’immaginario a cui il cinema e i videogiochi si sono ispirati dagli anni ’80 a oggi. Ready Player One quindi è, oltre che un catalogo di riferimenti cinematografici e una manna dal cielo per ogni nerd, una riflessione sugli elementi filmici, tecnologici, produttivi e culturali del cinema contemporaneo e sul suo rapporto con l’eredità degli anni ’80 ma soprattutto con il futuro dei videogiochi, che mai come in questo caso sono i veri eredi del cinema (non le serie tv) per impatto emotivo, culturale e industriale, e della social media culture.

Spielberg si piazza quindi esattamente all’altezza del materiale che vuole raccontare, dei soggetti del suo racconto e dei destinatari, si pone ripetutamente – come Hitchcock – domande sul suo pubblico e sul modo per migliore per affascinarlo, coinvolgerlo, rispettare lo spirito del progetto originario e allo stesso tempo stravolgerlo e renderlo sorprendente rapportandosi con il proprio pubblico. In pratica fa un film che è un’ode e un saggio proprio sul concetto di cultura pop filtrato dalla propria personale sintesi del cinema d’intrattenimento: ovvero pura vertigine sensoriale e cinematografica, strutturata per sequenze, architetture visive, costruzione visionaria di spazi immaginari o già immaginati (la memorabile sequenza dentro Shining). E all’interno di tutto ciò che è stato già detto, scritto, inventato, disegnato e messo in scena dalla fine degli anni ’70 a oggi, Spielberg trova la capacità di ridire, riscrivere, reinventare, ridisegnare e rimettere in scena, ponendosi alla giusta e ambigua distanza tra esaltazione e ironia, scetticismo da 70enne e passione da 20enne. Come un maestro che sa divertirsi e dire qualcosa proprio su quel divertimento.

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