Si chiamano hubot e li compri dal concessionario. Pagando in contanti o se preferisci con un comodo finanziamento, puoi acquistare il robot umanoide più adatto alle tue esigenze. Sono diversi, nei modelli e nell’estetica, e molto semplici da usare: c’è un pulsante per accenderli, una porta usb per aggiornare il software e un cavo per collegarli di tanto in tanto ad una presa di corrente. Perfetti come domestici, nei lavori pesanti o ripetitivi, sono una risorsa straordinaria: ricoprono tutti i ruoli che noi non vogliamo più, compresi quelli che hanno a che fare con l’accudimento. Serve un badante per tuo padre anziano? Una babysitter che aiuti tua figlia nei compiti? Scegli l’hubot che fa per te. Sappi, però, che in città la xenofobia fa proseliti e al ritornello “ci tolgono il lavoro e si prendono le nostre donne” gli episodi di intolleranza sono sempre più frequenti. Crescono anche i locali dove non puoi accedere con il tuo robot – ci sono gli estremi per parlare di discriminazione? – e il mercato nero è in agguato per farne dei killer o delle prostitute. Inoltre si dice che in giro ci sia un manipolo di hubot che, sovvertendo le leggi di Asimov – qualcuno li avrà aiutati? -, pensa e agisce autonomamente rivendicando la libertà.

Davanti a questo scenario sono molte le domande che puoi porti e Real Humans, serie svedese che ha esordito in patria lo scorso anno ma che per alcune scelte stilistiche sembra uscita dagli Ottanta, le mette sul tavolo episodio dopo episodio. Il sesso, a esempio. Tutti sanno delle bambole in silicone realizzate appositamente ma gli androidi, ça va sans dire, sono di un’altra categoria. Che tu sia un padre di famiglia, un adolescente in calore o una donna frustrata dalla mancanza di attenzioni del tuo compagno, possedere un esemplare che sia programmato (anche) per dare piacere significa che prima o poi lo testerai. Questo fa di te un pervertito, un fedifrago o cosa? E se finisci per innamorati di un robot ti stai solo accontentando di un surrogato?

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In Real Humans la diffidenza verso la tecnologia, al pari della fascinazione per la stessa, si lega a doppio filo alla soddisfazione di bisogni primari che coinvolgono i sentimenti e ne mettono in evidenza le fragilità (se non avete ancora visto Black Mirror, la serie britannica di Charlie Brooker, questo è il momento di capitolare sulla prima puntata della seconda stagione, Be Right Back, sull’elaborazione o meno del lutto). Ci penserà Her di Spike Jonze, al cinema dal 13 marzo, a dimostrare come il tema ci sia in realtà molto meno estraneo di quel che potremmo credere, ma già Ryan Gosling in Lars e una ragazza tutta sua aveva sollevato la questione facendo a meno di cavi e chip. Non solo è possibile amare qualcosa di inanimato, ma il fatto che non sia “reale” rende il tutto più sicuro. Perché come nel caso di Ruby Sparks, grazioso film su una relazione immaginaria, se l’altro non “esiste”, allora non può ferirti, tradirti o abbandonarti.

In televisione il rapporto complicato tra uomini e robot era già stato raccontato in Battlestar Galactica, dove più la guerra tra le due fazioni si faceva aspra più i confini tra i due generi andavano confondendosi fino ad arrivare al mash-up definitivo, l’ibrido che avrebbe portato in sé le unicità delle due razze garantendo la pace. Ma alla compenetrazione uomo-macchina, le serie tv erano arrivate già sul finire degli anni Settanta (senza scomodare più di tanto la sfera emotiva, d’accordo): con L’uomo da sei milioni di dollari e con il suo spin off La donna bionica assistevamo alla nascita del superuomo che viveva non senza difficoltà il suo essere diverso.

D’altronde definire te stesso è complicato in generale, tanto più quando non sei tutto carne o tutto fili, quando nulla ti fa esattamente sentire a casa ma di una casa hai disperatamente bisogno. Un dilemma universale che non appartiene solo a Jaime Sommers o Oscar Pistorius: sapere chi sei è un viaggio che ti tocca comunque e la fantascienza è solo un modo come un altro per affrontarlo.

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