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Rectify

Drama / 6 episodi da 45' / Soundance Channel
7

A gennaio scorso, al momento del bilancio del 2012, ci lamentavamo del fatto che nessuna serie esordiente avesse apportato uno scarto in avanti sul livello, pur eccellente, raggiunto dai tanti titoli televisivi. Per la prima volta, dopo anni di straordinaria speculazione creativa su ogni fronte – pensatene uno, c’è! -, le serie si erano limitate a sfoggiare la stessa formula: stupefacente confidenza con il mezzo e altissima qualità ma niente di nuovo sul piano della scrittura o del montaggio o di quel che volete. Non che sia semplice bissare la rivoluzione di Lost, né risultare originali nella forma dopo il falso documentario alla Modern Family o le performance stand-up alla Loui, ma dopo esserci scoperti ad empatizzare con i cattivi grazie a Showtime o aver visto Dustin Hoffman e Nick Nolte sullo stesso set, quello dell’ambiziosissima Luck, nell’ottica di una televisione sempre più cinematografica, ma ancora insostenibile, non sembrava esserci nient’altro di cui stupirsi per davvero.
Negli ultimi mesi, però, qualcosa di grosso è successo, l’abbiamo visto e siamo qui per metterlo nero su bianco: non solo Netflix, la più grande piattaforma a pagamento di streaming televisivo on demand, ha spalancato una porta sul futuro prossimo del tubo catodico giocando forte anche sul piano della produzione (vedere alla voce House Of Cards), ma, con Top Of The Lake, e questo è il punto che in questa sede ci interessa di più, le serie tv sono anche indipendenti. A dare prospettiva alla cifra indie, alla quale noi spaccamaroni del Mucchio siamo particolarmente sensibili, è un canale, il Sundance, legato all’omonimo festival fondato da Robert Redford. Partito con Jane Champion dietro la macchina da presa tra i boschi della Nuova Zelanda, Sundance Channel ha già sparato il suo secondo colpo: Rectify, sei episodi da 45 minuti ciascuno, con altri dieci in lavorazione per l’anno prossimo. La prima puntata mette in fila Flume di Bon Iver e We Are Fine di Sharon Van Etten, un’informazione che basta ad insinuare fin da subito un pregiudizio positivo.

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C’è un uomo, Daniel Holden, che dopo diciannove anni nel braccio della morte, viene rilasciato grazie alla prova del DNA: potrebbe non essere stato lui ad aver violentato e ucciso Hanna ai tempi del liceo. Ambientato ai giorni nostri nella provincia della Georgia, Rectify è un dramma che si muove tra la psiche del protagonista, condannato al reinserimento sociale dopo il lungo isolamento in una cella di pochi metri quadrati, e le relazioni interpersonali nonché reazioni di un’intera cittadina da rimodellare alla luce della scarcerazione sulla spinta di opposte pulsioni – con l’amore dei familiari contrapposto alla rabbia dei parenti e degli amici della vittima, tra lo sguardo diffidente dei più. L’interesse sociologico per la riabilitazione che ultimamente muove serie (Les Revenants) e film (Il lato positivo – Silver Linings Playbook) qui si somma all’esperienza della detenzione più volte richiamata attraverso i flashback di Daniel, ricordi che ritroviamo molto simili ne Il buio dietro di me di Damien Echols, autobiografia di un condannato a morte per un errore giudiziario, in libreria per Einaudi Stile Libero.
Le serie, finora, avevano raccontato il carcere con Oz e con Prison Break (sì, ok, anche con Alcatraz, ma vorremmo dimenticarlo), ma qui il contesto, seppur reale e imprescindibile, viene narrato soprattutto come stato mentale che si traduce nella monoespressione del volto del protagonista davanti ad un mondo che non riconosce più. Abituati come siamo a colpi di scena e rapide evoluzioni dei personaggi, Rectify avanza diversamente: con incredibile lentezza detta il suo tempo, non scioglie i silenzi, non ammicca, non compiace, non semplifica ma resta sospeso in una terra di mezzo dove la redenzione, se esiste, passa per un ennesimo trauma. Lo spiega bene Platone nel mito della caverna, richiamato nel quarto episodio, la libertà è un percorso lungo e doloroso quanto la scoperta della verità.

Pubblicato sul Mucchio 708/709

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