Parte contromano Rogue One: A Star Wars Story per i fedelissimi della fanfara di John Williams. Niente musica trionfale con prologo a scorrimento sullo schermo come in tutti gli altri episodi della saga, vecchi e nuovi. Un segno di ciò che li attende nei restanti 124 minuti di antefatto alla storia di Star Wars, che il prossimo anno compie quarant’anni di onorata carriera. Nato come episodio a parte, in una serie di spin-off legati alla trilogia classica (qualcosa si muove per “il giovane Han Solo”), Rogue One inizia in una galassia lontana lontana, come da copione, qualche tempo prima di Una nuova speranza. L’Impero sta ultimando la nuova arma chiamata Morte Nera e c’è bisogno dell’aiuto dell’ingegnere Galen Erso (Mads Mikkelesen), recalcitrante all’idea e quindi rintanatosi in un altro pianeta con moglie e figlia. Qui viene raggiunto da un emissario dell’Impero, Orson Krennic (Ben Mendelsohn), e costretto a tornare al lavoro, non prima però di aver affidato la figlioletta Jyn all’amico Saw Gerrera (Forest Whitacker). Passano gli anni e la ragazza ormai adulta, e con il volto imbronciato dell’attrice Felicity Jones, viene arruolata in una missione per conto del Consiglio dell’Alleanza per sabotare il progetto della Morte Nera. Con lei il ribelle Cassian (Diego Luna) e un androide riprogrammato, K-2SO.

Con quattro sceneggiatori accreditati e un regista, Gareth Edwards, onorato e intimorito al tempo stesso nel maneggiare la materia sacra di George Lucas, Rogue One si ricollega cronologicamente al primo film della saga ma è come se bazzicasse in via preliminare il clima e le atmosfere del capitolo seguente: L’Impero colpisce ancora. Questo perché fin dal principio è stato ideato come un war movie, con un tono più adulto e meno “familiare” (produce la Disney, occhio) nonostante non manchino leggerezze ironiche grazie al talentuoso K-2SO, una delle migliori spalle cibernetiche dai tempi d’oro di C1-P8, ma con meno pedanteria. C’è parecchia deferenza in Rogue One, quasi la stessa che si respirava in Una nuova speranza, dove erano tutti convinti di fare un film di fantascienza divertente senza alcuna aspettativa. Deferenza ma soprattutto un calcolato distacco dal roboante ed esaltato JJ Abrams di Episodio VII. Non tanto per l’anticipata conoscenza di ciò che ci attende sul finale di Rogue One, ma per alimentare un film che può anche fare a meno della “Forza” e testare l’umanità di personaggi molto diversi fra loro. Jyn Erso non è l’eroina femminile tradizionale, non è contemplato che salvi la galassia. Anzi. Inoltre ha questo groppo familiare per via del padre. E in mezzo a tanti volti familiari ricollocati in questo spazio filmico grazie alle tecnologie digitali, è un bene poter seguire l’evoluzione di ribelli e sbandati, sulla stessa strada del sacrificio: dal guerriero cieco Chirrut Îmwe, interpretato da Donnie Yen, alla frenesia dell’ex pilota imperiale Bodhi Rook (l’inglese Riz Ahmed di The Night of, una piacevole sorpresa).

Gareth Edwards compie dunque un lavoro di impostazione forzata, come fosse in un ufficio collocamento. Deve ridistribuire personaggi e azioni mentre si gode i magnifici paesaggi stellari e planetari, volteggiando nello spazio con leggiadria invidiabile. Resta in modalità in medias res, quasi non volesse sfidare il maestro Lucas, e talvolta sembra privilegiare ed esaltare le posizioni defilate, come in quella bellissima scena con la Morte Nera quasi velata all’orizzonte. Il suo Rogue One è un dignitoso film di sci-fi, certo superiore all’orrida trilogia Episodio I, II e III, con un finale dotato di punti di vista multipli davvero trascinante e ricco di emozione e con, questa volta sì, un inaspettato tonfo al cuore.

Di Star Wars, George Lucas diceva: “Ho voluto fare una fiaba moderna, un mito, perché tutta l’attuale generazione ne è priva”. Mettiamola così: Rogue One non possiede tali requisiti. Perché il pubblico di oggi non crede e non ha bisogno di fiabe o miti moderni. È un film di un istante di mitologia “guerre-stellari”, capace di trasmettere allo spettatore sentimenti che non si logorano mai. Ancora utili. Del tipo: che la nostalgia sia con voi…

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