Un altro film concerto dei Rolling Stones? Basterebbe il solo annuncio dell’ennesima uscita in una filmografia che – restando a quelli ufficiali – ha ormai superato la ventina di titoli, per far passare la voglia a chiunque non sia uno stonesiano irriducibile. Meglio resistere alla tentazione e guardarselo, invece, questo Rolling Stones Olé, Olé, Olé!, al cinema per una sera soltanto, lunedì 10 aprile, nel centinaio di sale italiane in cui Wanted Cinema lo distribuisce. Il regista Paul Dugdale, specialista del rockumentary, ha seguito il quartetto nelle dieci tappe del tour in Sud America tra febbraio e marzo dell’anno scorso. Argentina, Cile, Brasile, Perù, Uruguay. Sullo sfondo, i preparativi per quello che potrebbe essere l’ultimo grande traguardo della loro carriera: il concerto de L’Avana, prima storica apertura di Cuba al rock’n’roll. Una trattativa complessa, faticosa ma talmente desiderata da Jagger e soci da non desistere nemmeno quando ci si mettono di traverso prima Obama e poi il Papa.

Gli Stones sono la bella copia di se stessi, folgoranti ai limiti del plausibile sul palco, ancora stregati di quel potere elettrico e incendiario che da mezzo secolo agita cuori a tutte le latitudini. Fuori dalle arene, in viaggio e nelle camere d’albergo, si mostrano poi straordinariamente generosi di aneddoti e confessioni, genuinamente curiosi verso quella parte di mondo e le genti che la abitano. A tratti persino intimisti, come Jagger e Richards quando nel dietro le quinte di San Paolo si abbandonano a reciproche parole d’affetto – proprio così! – forti di un rapporto oggi di certo meno burrascoso di qualche decennio fa, prima di eseguire per intero una “Honky Tonk Women”, chitarra acustica e voce, che da sola giustifica i 100 minuti in sala.

Il documentario, però, è soprattutto un film sul pubblico dei Rolling Stones nei luoghi dove il culto è ancora relativamente giovane e ammantato di quel fascino eversivo a lungo fomentato dalla messa al bando dei regimi militari, con vette di fanatismo che nemmeno nei Sessanta. Si scopre quindi che nei bar di Buenos Aires quella dei “Rolingas” è una scelta di vita, insospettabile subcultura da strada con i suoi codici e rituali più vivi che mai. E poi uomini adulti che cadono in ginocchio al passare di Jagger, lacrime, sorrisi, abbracci splendidamente immortalati da una camera che sul piano tecnico si concede lussi solitamente proibiti al genere – il piano sequenza di apertura nella favela, il drone che dall’oceano sorvola Lima fino a incontrare Richards su una terrazza d’albergo. Il finale è un trionfo davanti al milione e duecentomila esseri umani presenti alla Ciudad Deportiva della capitale cubana. “Penso che finalmente le cose stiano cambiando”, li saluta Jagger prima di attaccare “It’s Only Rock’n’Roll (But I like It)”: ecco fatta la Revolución.

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