In conferenza stampa Ryūichi Sakamoto continua a muovere le dita. A Venezia74 per presentare il docufilm girato dal regista nippoamericano Stephen Nomura Schible, appare solare come non mai. Chiariamo subito: non è Nick Cave, la macchina da presa c’è e si sente, ma il documentario si apre a una dimensione altrettanto intima, parlando senza reticenze anche della malattia che lo ha colpito.Il progetto di Schible prende avvio nel 2012, quando lo tsunami e il disastro nella centrale di Fukushima sovvertono per sempre gli equilibri della società giapponese. Sakamoto, da allora, è impegnato nello schieramento di quanti chiedono di abbandonare l’energia nucleare e i suoi pericoli per salvaguardare l’ambiente, tanto provato da quella tragedia. “Fukushima ha scatenato in me un senso di colpa, perché mi sono reso conto che fino a quel momento non avevo prestato sufficiente attenzione alla natura, soprattutto nella sua dimensione sonora” racconta Sakamoto. “Siamo circondati di suoni, ma raramente riusciamo a percepirli come musica”. La sua attenzione, da allora, si è trasformata in attivismo politico, contro un governo che non ascolta le proteste dei cittadini e contro una parte consistente della popolazione che rifiuta di affrontare il problema, in una sorta di gigantesca rimozione pari solo alle proporzioni del problema stesso. Ed è qui che prende abbrivio l’interesse del regista rispetto ad un aspetto dell’arte di Sakamoto che non era ancora stato raccontato, per capire quanto Fukushima avesse influito sulla sua produzione. Lo vediamo intervenire sul palco di una manifestazione e suonare in una scuola trasformata in rifugio, invitando i presenti ad alzarsi e correre per vincere il freddo, se vogliono, pur di ascoltare a proprio agio. Poi comincia la magia di “Forbidden colours” ed è lecito pensare che nella scuola chiunque, oltre che correre, abbia smesso di respirare, proprio come accade in sala proiezione.


“Mi sono chiesto come Fukushima avesse influito sul Maestro, anche se col sopraggiungere della notizia della sua malattia abbiamo dovuto trovare un nuovo linguaggio per raccontare l’ineludibile.” Scherza Sakamoto, dicendo che il regista, in realtà, ha avuto fortuna, perché la malattia ha inserito nel documentario l’elemento drammatico che mancava. Nel film parla del cancro e dell’incredulità con cui lo ha appreso, vengono proposti stralci del suo diario di quel periodo. Parla della frustrazione che il periodo di inattività che si è dovuto imporre per curarsi comporta, pausa interrotta solo per comporre la colonna sonora del film The Revenant di Inarritu: “lo stimo talmente tanto che non potevo dire di no”. Il rapporto di Sakamoto con il cinema è iniziato con il ruolo di attore, prima che come compositore, quando Nagisa Oshima l’ha voluto sul set di Furyo accanto a David Bowie. “Gli ho lanciato una controproposta” ricorda, “avrei accettato solo a patto di potermi occupare anche della colonna sonora”. La sua ascesa, da allora, ha portato il suo lavoro a diventare parte integrante di opere importanti come L’ultimo imperatore e Un tè nel deserto di Bertolucci, che lo ha costretto a lavorare in velocità come nessun altro regista prima. “Ero pronto a registrare con l’intera orchestra quando Bertolucci mi ha chiamato per chiedermi di cambiare l’ouverture di Un Tè nel deserto. Gli ho detto che non era possibile e lui mi ha risposto che Ennio Morricone lo avrebbe accontentato” racconta ridendo “così non ho potuto rifiutarmi”. Ma è una passione, la sua, che inizia da molto più lontano, quando da studente arrivava a vedere fino a sette film al giorno. “Ogni brano che compongo è pensato per essere la colonna sonora del film della mia vita. Vorrei che alla fine ne emergesse un’opera decente”. Il documentario ripercorre anche gli inizi della carriera musicale di Sakamoto, truccato come Ziggy Stardust e in scena con la Yellow Magic Orchestra, affascinato dalle potenzialità dei computer al punto da dichiarare che sia preferibile far eseguire ad una macchina la musica concepita, piuttosto che praticare al piano per poterla suonare. Sono passati trent’anni da allora e oggi, nell’orizzonte dell’artista, la natura, di cui Sakamoto raccoglie accuratamente i suoni, ha definitivamente trionfato sulle macchine.

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