locandina
Fabio Grassadonia, Antonio Piazza

Sicilian Ghost Story

6

In un bosco che somiglia a quello delle fiabe, due giovani adolescenti si scambiano un bacio affettuoso. L’intensità di quella vicinanza li lega nello spirito. Sono sognatori che nella magica aura di quell’ambiente possono immaginare qualunque cosa. Ma quando la realtà, con il suo crudele evolversi, li risveglia nel modo più terribile, il sogno svanisce.

È una Sicilia inedita quella immortalata da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza nel loro Sicilian Ghost Story. Un’isola fatta di radure e grotte, di acqua che scorre dalle fonti e che si adagia in un lago. Il mare è solo un pensiero, un profumo nella memoria di Giuseppe, rapito e usato come ricatto nei confronti di un padre che ha la colpa di essere un pentito e un collaboratore di giustizia. C’è una storia di mafia al centro della trama, ispirata al racconto Un cavaliere bianco di Marco Massarola, ma il modo in cui viene raccontata è del tutto originale. Nel silenzio di una cittadina che non riesce a farsi sconvolgere da niente, l’unica voce di dissenso e di ribellione è quella di Lena. Non può accettare la scomparsa di Giuseppe, ma soprattutto, non può tollerare che questa tragedia si sia insinuata nella normalità delle cose. Cerca Giuseppe con ogni mezzo possibile, anche attraverso un’immaginazione che a tratti si trasforma in veggenza.

Mentre Lena lotta con tutte le sue forze contro la staticità degli adulti che la circondano, sui quali il dramma della sparizione di un ragazzino sembra scivolare via senza lasciare traccia, Giuseppe viene mostrato nella sua condizione di prigioniero. Una catena tiene in ostaggio un corpo che subisce una rovina inevitabile, ma non imprigiona il suo spirito che riesce a fuggire, aggrappandosi al ricordo di Lena e di quel bosco incantato. Il racconto di Grassadonia e Piazza, già autori di Salvo che nel 2013 ottenne importanti riconoscimenti a Cannes, cerca un punto di incontro tra una storia drammatica e una messa in scena d’autore. Le immagini, impreziosite dalla fotografia di Luca Bigazzi, trasportano lo spettatore in un altrove in bilico tra verità e illusione. Invitano ad entrare in una dimensione percettiva molto complessa, che richiede un importante atto di fiducia, e nella quale l’esperienza si fa sensoriale, ancor più che visiva. Ma questa autorialità è frenata dal faticoso procedere della trama, che si fa zavorra soprattutto nell’instabile recitazione di alcuni degli interpreti.

I due registi sembrano non riuscire a tenere a freno la loro immaginazione che sfocia in un’opera troppo corposa, che ha troppo da dire e forse si prende un po’ troppo tempo per farlo. Si percepisce una dissonanza tra la bellezza di ciò che si vede e il modo in cui viene descritto, ma nonostante questo Sicilian Ghost Story rimane un film di valore, che abbandona i cliché sul tema della mafia per spaziare più intimamente sulla natura umana. Un luogo indecifrabile che può ospitare gli istinti più crudeli, ma che, a ben vedere, può anche dare forma alla poesia della fiaba.

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