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Martin Scorsese

Silence

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Per più di 20 anni, Silence è stato il “prossimo film di Martin Scorsese”. Ora il progetto, realizzato dopo più di una traversia anche produttiva (appare strano il nome di Vittorio Cecchi Gori sui titoli di coda), è finalmente il nuovo film di Martin Scorsese. O meglio, il nuovo grande film di Martin Scorsese che ha condensato in quasi tre ore il suo personale tormento filosofico e spirituale, quello che lo attanaglia da 30 anni, quando realizzò L’ultima tentazione di Cristo, il suo film chiaramente più vicino a quest’ultimo.

Tratto da un romanzo di Shusaku Endo, Silence racconta l’avventura di due gesuiti del 16° secolo che approdano in Giappone per cercare di portare in salvo il loro mentore, padre Ferreira, scomparso da molto tempo. Ma il viaggio contro l’Inquisizione giapponese (ironia della sorte) sarà pieno di pericoli e li costringerà a riflettere sul senso della religione e di Dio. Su questo senso, Scorsese, assieme al co-sceneggiatore Jay Cocks, incentra tutto il film che di base è un’avventura drammatica ma che poco a poco diventa un film interiore e immanente.

Come L’ultima tentazione di Cristo, anche Silence è un film su una ricerca e su un calvario, ma se lì si raccontava l’umanità di Dio, la carne e il sangue che si fanno spirito santo, qui Scorsese è un uomo che cerca Dio nel mondo, nei simboli della religione, negli oggetti che i protagonisti distribuiscono ai fedeli ragionando su quanto quei feticci e le superstizioni che generano (la prova per dimostrare di non essere cristiani è calpestare un’icona) siano vera fede. Per tutto il film, mentre la trama racconta la paura della morte e il rimorso, la caccia all’uomo prima che a Dio, il regista utilizza le immagini e le scelte di regia per affrontare il proprio percorso spirituale; ovvero per provare a capire dove sia Dio, che senso abbia il suo silenzio rispetto al dolore dell’uomo e del mondo. E lo fa partendo dal rapporto tra la cultura europea e quella giapponese: le differenze tra la religione come elemento politico (il governatore Inoue, un fantastico Issey Ogata, che ragiona sulle diverse confessioni in termini di nazioni e confini; la dimensione collettiva e rituale di ogni manifestazione nipponica opposta alla solitudine gesuita) e lo spirito come forza umanista, tra un senso del divino in cui “nulla trascende la natura e l’uomo” (dice Ferreira, un ottimo Liam Neeson, parlando di ciò che in Giappone considerano divino) e la visione dei fenomeni naturali come emanazione del soprannaturale, tra un silenzio che va compreso e riempito – anche con un voice over che scandisce il diario spirituale – e un silenzio che va lasciato fluire dentro noi cercando di far compenetrare la tradizione di “cinema sacro” europeo con quello orientale, Bresson e Mizoguchi fatti fermentare dal vigore scorsesiano.

Scorsese guarda ai massimi sistemi senza mai perdere di vista la concretezza delle cose e la coerenza della loro messinscena, le mani e i gesti predominanti nella prima parte (più occidentale) sublimano nel ruolo che svolgono gli occhi e gli sguardi nella seconda (più orientale), i dettagli e i primi piani trasfigurano in un uso sapientissimo della soggettiva e delle gabbie che limitano la visione. Il sound design rende sordo e ottuso l’ambiente, allontanando musiche e rumori come in un’altra dimensione, intanto i personaggi parlano dentro o fuori di loro. Sullo sfondo, in un percorso che tracima di compressa suspense interiore, si sente la figura di Scorsese – che pare identificarsi nel tormento di Ferreira – prete mancato, “cristiano decaduto” alle prese con l’ossessione di un Dio silenzioso che pure permea ogni cosa del suo quotidiano, diviso tra l’indicibile e il reale (l’intolleranza religiosa, la catalogazione tra oggetti cristiani e non cristiani): non teme il kitsch perché il suo campo da gioco è il sublime. Ma è un sublime raggiunto attraverso un’ostinata dimensione terrena, l’unica con cui la dimensione personale dello spirito può diventare universale attraverso l’arte.

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