Voler rilanciare il sistema industriale del cinema italiano non significa solo cominciare a produrre film che abbiano ambizioni commerciali forti e impianti narrativi aperti ai generi (supereroi, drammi sportivi, thriller, eccetera), ma anche cercare di lavorare sulle dinamiche spettatoriali dentro una logica seriale. I sequel non sono (più) una bestemmia (forse, vista la pervicacia con cui Mainetti rifiuta di dare un seguito al suo Lo chiamavano Jeeg robot) e non solo nel campo della commedia nazional-popolare: Sydney Sibilia dopo il successo di Smetto quando voglio ha realizzato il suo seguito (Masterclass) e il terzo capitolo (Ad honorem), girandoli in contemporanea e costruendoli come un’unica saga dagli archi narrativi divergenti. Roba da cine-comic nostrano.

Il secondo film parte esattamente dove finiva il primo: con Alberto in commissariato dopo l’incidente stradale e la banda in vario modo dissolta. Pietro per esempio è in carcere. Ma il commissario Coletti, responsabile delle smart-drugs (le droghe non ancora illegali che la banda produceva), ha un’idea: far riunire la banda, per trovare le nuove droghe e chi le realizza, in cambio della libertà. Tutto facile finché una droga sintetica non li mette con le spalle al muro. Scritto da Sibilia con Francesca Manieri e Luigi Di Capua, Smetto quando voglio – Masterclass trasforma la commedia criminale del primo film in una pura action comedy dal contemporaneo gusto USA, in cui l’umorismo e le gag si sposano con la suspense, l’azione, le esplosioni e impossibili colpi di scena.

Ci mette una mezz’oretta circa il film a trovare una strada giusta, diversa dal semplice accumulo, dall’esagerazione delle situazioni già viste: la fotografia di Vladan Radovic sempre più satura e acida, la musica sempre più rombante, i caratteri sempre più calcati nei loro schemi. Se il primo film era ispirato a Breaking Bad qui si guarda a Better Call Saul, con la sensazione però che manchi quello spirito e quella scrittura. Insomma il film soffre di quell’”effetto scenografico” che auto-ironicamente Libero De Rienzo attribuisce a Edoardo Leo: farsi vedere, eccedere, fare di più anziché fare meglio. Ma la sceneggiatura trova proprio nelle narrazioni seriali per eccellenza, ossia la tv e il fumetto, gli spunti giusti per riportare il film all’altezza del predecessore: la costruzione ampia su tre film, in cui i vari elementi si mescolano e si ritrovano puntualmente, permette a Sibilia di realizzare un film in cui trovare un equilibrio difficile tra la suspense, il senso di avventura e la tensione plastica e le gag (c’è un eccellente inseguimento automobilistico che è anche la sequenza più comica del film), tra il tono del blockbuster e quello della commedia.

Ci riesce soprattutto grazie all’uso del dettaglio, all’utilizzo coerente di luoghi e oggetti, partendo dall’assunto che in Italia la cultura e il sapere vanno reinventati per poter essere apprezzati (dai residui architettonici alle armi all’avanguardia fino a motocicli del terzo Reich) e che è lo spirito stesso con cui il film nasce, cresce e procede fino ad arrivare a un finale inaspettato, in cui l’asticella del credibile e del visibile in una commedia si alza di molto e lancia la volata al terzo film (in uscita prevedibilmente fra un anno) in cui la pelle cambierà di nuovo, in cui assisteremo (con tanto di trailer incorporato, come in Ritorno al futuro 2 che annunciava il 3) a un altro modo di reinventare la commedia all’italiana, giocando a fare i Michael Bay. E di più non diciamo: vi basti sapere che Smetto quando voglio – Masterclass è uno dei rari film italiani per cui si ha voglia di scoprire cosa accade, in cui si ha voglia di vedere il seguito. Ha sicuramente perso in appiglio sociale e sguardo sulla realtà, ma ha guadagnato in divertimento e intrattenimento puri.

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