L’universo di Star Wars è talmente pieno di immaginari – tra trilogie ufficiali, spin-off, serie animate, romanzi e altro che compongono il famigerato canone – che ognuno può prendere e amare ciò che vuole. Solo, il secondo degli spin-off della serie dopo Rogue One, sceglie di prendere il lato avventuroso più infantile della saga LucasFilm e tralasciare l’epica e la politica.

Diretto da Ron Howard, subentrato alla coppia Miller & Lord (gli autori di Lego Movie), il film racconta la gioventù di Han Solo (Alden Ehrenreich) da quando è costretto ad abbandonare il suo pianeta natale col sogno di diventare pilota  alle avventure incredibili in cui è coinvolto da un gruppo di contrabbandieri guidati da Tobias Beckett (Woody Harrelson). Lawrence e Jon Kasdan scrivono questa scanzonata space opera come fosse un film di pirati, puntando solo all’avventura e all’intrattenimento.

Ed è una scelta quella di Howard (e immaginiamo anche di Miller & Lord visto il loro cinema) perfettamente sensata: perché nel raccontare la giovinezza di un guascone il tono si adatta a quel modo di intendere il mondo e il proprio lavoro, i propri sogni e la sventatezza con cui raggiungerli. Solo racconta di un post-adolescente con i modi adatti ai post-adolescenti e a Howard interessa costruirlo come un film di pirati e corsari, di inseguimenti e sarabande, permeato da un romanticismo e da un sentimentalismo virile che ricorda certi western (“Sono un fuorilegge” dice fieramente Han alla sua amata) e messo in scena con ritmo e una perizia non frenetica da vecchia scuola.

Certo, Ehrenreich non è all’altezza di Harrison Ford, ma nemmeno questo Solo è all’altezza di quel Solo, perché dove nel mito c’è un uomo carismatico qui c’è un ragazzino sbruffone che deve imparare a stare al mondo, che tradimenti, perdite e successi plasmeranno. Questa nuova “storia di Star Wars” continua a indicare un percorso spielberghiano che gli episodi 7 e 8 hanno cominciato (siamo in zona Indiana Jones, per intenderci) e quando ci si trova di fronte a sequenze spericolate come l’assalto al treno o realizzate come il confronto finale a tre non si può non apprezzare la semplicità di intenti e la lucentezza di realizzazione. Anche a questo servono registi come Howard.

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