«Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima». Terrence Malick sembra aver preso alla lettera le parole di Ingmar Bergman, come dimostra la sua filmografia più recente, e a confermarlo c’è anche il suo ultimo lavoro Song to Song, una sorta di circolare chiusura di una trilogia iniziata con To the Wonder e proseguita con Knight of Cups. Il suo cinema, emblema di astrazione di matrice filosofica, anche in questa occasione si conferma come complessa espressione di immagini che trascendono la linearità della storia per raccontare i sentimenti così come si manifestano, prima ancora di poter essere maneggiati e di conseguenza contaminati.

Nella cornice di Austin, in Texas, BV è un musicista che cerca, finalmente, di ottenere il successo. Accanto a lui Faye, aspirante cantautrice dall’anima tormentata e Cook, un produttore controverso dagli appetiti insaziabili. Fra i tre si instaura un legame viscerale, fatto di amori sinceri e cadute nella perversione, desiderio di realizzazione e dolorosi tradimenti. Malick sta loro “addosso”, con una prossimità che li mette a nudo, lasciando che tutto intorno l’ambiente si manifesti nella sua potenza divina, fatta di luci e ombre, superfici trasparenti e natura incontaminata. Agli attori, ai quali Malick, come di consueto, affida un compito estremamente arduo, è richiesta una partecipazione emotiva ed espressiva davvero onerosa: la narrazione, infatti, più che attraverso la parola, si manifesta nei silenzi e negli sguardi, nei movimenti catturati da un obiettivo in cerca di frammenti visivi carichi di significato.

Il contraltare di una trama estremamente semplice, a tratti quasi ovvia e banale, è un’interiorità complessa e in qualche modo indecifrabile che la macchina da presa “ruba” dando vita a un modo di fare cinema che si realizza proprio davanti ai nostri occhi, quasi fosse in presa diretta. Lo spettatore può osservare il suo compiersi, e ricomporre le ellissi di immagini e significato che si realizzano sullo schermo: mentre la vita dei protagonisti prende forma e muta, anche il mondo circostante prosegue nel suo divenire incessante e perfetto, immortalato dalla potente fotografia di Emmanuel Lubezki.

La frammentazione di Malick, che spesso esula dalla dimensione diegetica per lasciare spazio a un tempo “altro” che è espressione del realizzarsi dei pensieri più intimi dei suoi protagonisti, pone al centro la natura umana nella sua complessità. C’è spazio per il diabolico vuoto interiore di Cook, che risucchia nella sua spirale la debolezza di Faye e Rhonda (giovane cameriera che diventa sua sposa), per la delicatezza d’animo di BV che incrocia, per un attimo, l’infelicità di Amanda (in una parentesi amorosa che non avrà sviluppi), ma anche per l’autenticità e la potenza della musica che ha il volto di Iggy Pop, Florence Welch o Patti Smith. Proprio a lei il regista affida il compito di esprimere una verità banalmente perfetta: per fare musica, a volte, «basta un accordo, uno solo». Ed è ciò che Malick , traslando il concetto, fa con il suo cinema: trasformare la semplicità in un’opera d’arte visiva.

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