Ho dovuto aspettare il quinto film di Sofia Coppola, The Bling Ring, per capire che il suo cinema parla di una sola cosa: la noia. La cosa interessante è che ho avuto questa illuminazione durante il suo film meno convenzionalmente noioso di sempre, quello che fa uno sforzo in termini di trama e non potrebbe altrimenti, essendo basato eventi reali.
Galeotto fu un articolo di “Vanity Fair” ispirato all’incredibile truffa organizzata da cinque ragazzini ossessionati dalla fama che tra il 2008 e il 2009 hanno derubato le ville di Paris Hilton, di Orlando Bloom e di altri notabili di Hollywood. Il film è un ritratto abbastanza fedele, non moralista e non apologetico, di quello che succede quando sei adolescente e sai di essere “portato” per il denaro, la bellezza e la celebrità, ma ottuse circostanze materiali ti impediscono di dimostrarlo anche agli altri. La volontà di superare questa barriera spinge la teen gang verso il crimine, ma è difficile pensare che furti ai danni dei VIP siano davvero qualcosa di illegale. Pur non assolvendo i protagonisti, parte di The Bling Ring si basa su quest’ambiguità. Coppola non lo dice, è troppo furba e non è mai stata devota al cinema sociale, ma se non fosse colpa loro? Se fosse il sistema che li ha voluti così?

Il film regge: i dialoghi non sono artefatti e nonostante lo spazio eccessivo riservato a Emma Watson, il membro meno interessante della gang, la dinamica tra i ragazzi è godibile. La colonna sonora desta poche sorprese: che questi ragazzi ascoltino Azealia Banks e hip hop vario se lo aspettano un po’ tutti. The Bling Ring, come Spring Breakers, è un esempio efficace di tabloid cinema. Il film di Korine, però, parla di gangster mai esistiti e facendo uno sforzo di immaginazione, lisergico e sguaiato, astrae quelle figure dalla convenzionalità del reale, rendendole in qualche modo iconiche. È quello che dovrebbe fare un regista di talento, e Coppola lo è, ma qui si limita a fare la trasposizione di un fatto di cronaca. Onesta, ma senza guizzo. A questo punto non era meglio un documentario? Questa storia di adolescenti che bramano il lusso tende suo malgrado verso sociologismi che rischiano di far smarrire l’autrice in una schiera di registi che fanno la stessa cosa, ma meglio. Lascia perdere Hollywood, Coppola, e ridacci una sana estetica e indolente voglia di farla finita.

Pubblicato sul Mucchio 710

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