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The Handmaild's Tale

10 episodi da 60' / Hulu
9.5

L’ancella è stesa supina sul letto. La testa tra le gambe di una donna mentre un uomo la penetra fino a venire. Gli sguardi dei tre non si incrociano, nessuna emozione trapela all’infuori del disagio, nessuna parte del corpo è scoperta. La cosa si ripete una volta al mese, asettica, meccanica, atroce, quando il calendario dice che è il suo giorno più fecondo. Gli altri, moglie e marito, vogliono assicurarsi una discendenza.
Per zia Lidia, novella kapo nello stato di Gilead, si tratta solo di farci l’abitudine. Poi, quello che ora può sembrare molto strano, col tempo diventerà normale: se ieri eri una donna libera del XXI secolo, oggi sei il tuo utero, privata di identità, autonomia e futuro per un disegno più grande, quello di procreare conto terzi in un mondo in cui le nascite sono pari a zero. Tra il passato prossimo in cui avevi un marito, una compagna o magari dei figli, e il presente che non hai scelto, un gruppo di fanatici religiosi che cita La Bibbia si è imposto al potere degli Stati Uniti senza lasciare superstiti: non le donne fertili come te, vittime di oggettivazione, violenza fisica, psichica, sessuale; non gli uomini del regime, castrati nel piacere dalla loro ortodossia; non le loro consorti, umiliate nel difetto di cui sono portatrici, la mancata maternità. Chi si ribella, muore. Chi non ce la fa, si toglie la vita. Chi ci è riuscito è scappato all’estero.

La serie, tratta dal romanzo distopico di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, edito nel 1985 e prontamente ristampato in Italia da Ponte alle Grazie, condivide con Games Of Thrones il fascino di contare su un proprio universo dotato di confini e di linguaggio – “Under his eyes” e “Blessed be the fruit” sono le formule di saluto in Gilead dove parte del vocabolario è bandita e una partita a Scarabeo è pericolosa per la libertà che veicola; ha dalla sua l’aggancio a temi d’attualità – la condizione della donna e delle minoranze o la sterilità causata dall’inquinamento, ad esempio; ha la forza di chi per raccontare non usa grigi, ma il bianco accecante o il nero dell’incubo oltre il rosso del sangue, che è salvezza o il suo contrario. Ha l’orrore, infine, delle storie dei suoi protagonisti, di chi ha vissuto un prima e un dopo, di chi non è nato schiavo ma lo è diventato ed è costretto a convivere con la consapevolezza di ciò che gli è stato tolto. Per questo i flashback di Offred, l’ancella interpretata da Elisabeth Moss, la Peggy Olson di Mad Men, attraverso la quale lo spettatore avanza negli episodi, risultano tanto potenti nell’amplificare lo strazio. Ora che appartiene al comandante Fred Waterford (Joseph Fiennes), da cui il nome “diFred” come la prossima destinata a prendere il suo posto se non si dimostrerà all’altezza, il ricordo è rifugio e condanna. Così come già in Westworld, in cui le donne sono fatte ad uso e consumo degli uomini: lì, liberi da freni inibitori e senza timori di conseguenze – la serie Hbo è ambientata infatti in un sofisticatissimo parcogiochi dove tutto è permesso in quanto finzione – sfogano sulle donne-robot ogni tipo di istinto e violenza mentre queste, programmate per non reagire, vengono resettate ad ogni giro di giostra. Un esperimento sociale raccapricciante, insopportabile seppure nella sua veste sci-fi.

The Handmaid’s Tale, titolo televisivo dell’anno fin da ora, mostra invece cosa potrebbe succedere se il campo dei diritti finisse per implodere piuttosto che espandersi; se un giorno la tua carta di credito risultasse improvvisamente bloccata, se non potessi più disporre dei tuoi beni in quanto donna, se fossi allontanata dai tuoi affetti, fatta prigioniera, picchiata, stuprata, mutilata secondo i voleri di qualcun altro con il mondo fuori che resta a guardare:
– Io non posso aiutarti.
– Siamo esseri umani, come potete fare questo?
– Il mio paese sta morendo.
– Il mio paese è già morto.

 

Pubblicato sul Mucchio n. 755

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