Le tre sepolture, esordio alla regia dell’attore Tommy Lee Jones datato 2005, non era un fuoco di paglia. Lo dimostra senza dubbio al Festival di Cannes 2014, con The Homesman, il suo secondo film per il cinema (da vedere anche Sunset Limited per HBO), con il quale conferma di essere un autore di talento e grande forza.

Ispirato al romanzo di Glendon Swarthout, The Homesman è la storia di una donna (Hilary Swank) celibe che acconsente di accompagnare dall’altro lato del paese, nell’America del 19° secolo, tre donne divenute folli a un ricovero. Tra pericoli e difficoltà avrà al suo fianco un uomo che lei ha salvato dall’impiccagione. Scritto da Jones, Kieran Fitzgerald, Wesley A. Oliver e Miles Hood Swarthout, The Homesman è un western che cerca di unire lo spirito acre e disperato di Peckinpah con l’umanesimo di John Ford.

E Jones riesce nell’impresa con un film che sa trasformare un racconto e una narrazione apparentemente freddi, cinici e distaccati, fatti di crudeltà, imbarazzi quotidiani, ironia anche nei confronti del genere, in attimi di commozione, emozione, intensità etica e umana, per raccontare il viaggio di un’umanità folle ma mai disperata, capace di fare la cosa giusta a qualsiasi prezzo e per qualsiasi prezzo, ribaltando costantemente il nichilismo o l’idealismo nei rispettivi contrari.

Come storyteller, Jones è praticamente infallibile, come regista dimostra di essere il più grande westerner in circolazione: senso dello spazio, del tempo, del racconto e della messinscena formidabili, epica e pathos, capacità di dosare i tocchi e grande gestione degli attori. E soprattutto la consapevolezza che uno sguardo, un cenno all’apparenza minimo può portare calore e commozione nel pubblico: ai grandi registi basta un piccolo gesto sincero, per aprire un mondo nello spettatore. Jones è un grande regista.

 

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